10 dicembre 2018
Aggiornato 23:00

70 anni fa nasceva la Jugoslavia di Tito

Lo storico Fulvio Salimbeni ricorda alcuni degli accadimenti sul confine orientale arrivando fino ai giorni nostri, tra Porzus, foibe e i 40 giorni di occupazione.
Le truppe tutine entrano a Trieste
Le truppe tutine entrano a Trieste (scoprendotrieste.it)

TRIESTE – Una data storica per il confine orientale e, di conseguenza, anche per il Friuli Venezia Giulia. Il 7 marzo è un giorno significativo per ciò che è accaduto nella seconda metà del ‘secolo breve’. In questo giorno del 1945, infatti, a pochi mesi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, si riunì il primo governo provvisorio della Democrazia Federale di Jugoslavia, sotto la guida di Josip Broz, noto come Tito. Iniziò così un potentato che durò 35 anni, scandendo la politica europea sulla cosiddetta ‘cortina di ferro’. Nel mezzo, le tragiche vicende sul confine orientale (Porzus, foibe, esodo, i 40 giorni di Trieste) e la nascita di un socialismo capace di rendersi autonomo dal comunismo sovietico. A tratteggiare la nascita dello stato jugoslavo arrivando fino ai giorni nostri è stato lo storico Fulvio Salimbeni.

Cosa accadde quel 7 marzo 1945?
«Quella proclamazione ufficiale ratificava una realtà che era già tale dopo l’ottobre 1944, quando le forze partigiane jugoslave liberarono Belgrado prima dell’Armata Rossa. Una data che sancì la vittoria del movimento partigiano comunista contro i collaborazionisti tedeschi e contro le forze monarchiche fedeli al governo regio in esilio a Londra. Il 7 marzo altro non è che una data simbolo di qualcosa che si era già affermato e si stava via via consolidando».

Un nuovo Stato formatosi a caro prezzo.
«La nuova Jugoslavia nacque dal sangue della lotta e dei combattimenti tra comunisti e anticomunisti. Durante la guerra, in Jugoslavia si contarono quasi 1 milione di vittime: di queste ‘solo’ 250 mila riconducibili all’occupazione militare italo-tedesca, il resto a regolamenti di conti tra le varie fazioni in lotta in quei territori».

Chi riuscì a prendere subito in mano la situazione fu Tito.
«Il suo motto fu ‘unità e fratellanza’. Considerava le genti della Jugoslavia come ‘popoli fratelli’, uniti dai nuovi ideali alla base della creazione del socialismo».

La formazione della Jugoslavia non fu indolore, specialmente per il confine orientale.
«Nel 1945 ci fu la tragica vicenda delle malghe di Porzus, al culmine della tensione tra la resistenza democratica italiana e quella comunista dipendente dal IX Corpus sloveno. Poi ci furono i 40 giorni di occupazione di Trieste e di Gorizia, con la successiva suddivisione dei territori in zona A e zona B. Una situazione riportata ufficialmente alla normalità nel 1975 con il Trattato di Osimo, anche se già tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 i rapporti erano migliorati, con l’apertura dei confini al traffico transfrontaliero e con una lenta normalizzazione della situazione».

Però per anni di foibe, esodo e Porzus non si è parlato.
«Con la dissoluzione della Jugoslavia  sono caduti i motivi che avevano portato a ritenere più opportuno non parlare di tali questioni. Dal 1991 in poi, però, le cose sono cambiate e oggi, sia da parte nostra che da parte loro, le vicende vengono affrontate liberamente e senza remore».  

A proposito di cose non dette. Che idea si è fatto sulla possibile presenza di una foiba o fossa comune nel Manzanese?
«Negli archivi di Roma è stato trovato un documento dei carabinieri che fa riferimento a una foiba contenente alcune centinaia di vittime. Per ora l’unica certezza è che si tratta di un documento del dopoguerra. La Lega Nazionale ha voluto rendere pubblico il documento per fare chiarezza. Finchè tale foiba non sarà trovata è prematura ogni considerazione. Aspettiamo».