20 ottobre 2018
Aggiornato 21:00

Come uscire dalla crisi con la scienza: politica, impresa e ricerca si confrontano

La regione dialoga con l’università. Fermeglia: “Investiamo sui nuovi mestieri”. Bolzonello: “Vanno ripensati i canali contributivi”
(Diario di Trieste)

TRIESTE - Nell’ambito del Trieste Next si è concluso il Bio-high-tech companies day, una tavola rotonda  sull’applicazione pratica nell’economia imprenditoriale delle biotecnologie.

Innovazione applicata alle imprese
Un esempio pratico: in campo farmacologico è oggi possibile influenzare il dna di una pianta per indurla a produrre un farmaco, un principio attivo sterile e sicuro all’interno delle sue stesse cellule. Il batterio sbagliato nella coltura sbagliata può vanificare mesi di lavoro e centinaia di migliaia di euro, questo procedimento lo impedisce. Ma all’incontro non si parla solo di Bio-high-tech, quanto piuttosto di innovazione in generale applicata alle imprese. Tecnologie che, in campo sanitario, possono risollevare l’economia ma soprattutto salvare vite umane. Si cita Watson, l’intelligenza artificiale dell’Ibm in grado di diagnosticare una malattia meglio di un internista. Basta inserire i risultati degli esami e descrivere i sintomi, e il computer riconoscerà il disagio grazie a un database di proporzioni impensabili per una mente umana.
«Pensiamo alla telemedicina - ricorda l’assessore alla Salute Maria Sandra Telesca - un giorno potremo accedere a molte cure da casa, snellendo così il sistema sanitario». L’aspettativa di vita è sempre più lunga, come ricorda Diego Bravar, della Confindustria del Fvg: «Chi si occupa delle case di riposo reclama sempre più i cosiddetti ‘Letti intelligenti’ per riuscire a gestire sempre più utenze».

Una nazione arretrata
In questo scenario, come si colloca l’Italia? Gli stati uniti sono i primi investitori in questetecnologie, la Francia è al 10° posto e il Regno Unito al 9°, l’Italia al 48°. Poco sopra la Slovenia, al 51°.
Uno scenario sofferente, quello del nostro paese, che trovandosi in fondo alla lista nel settore di punta dell’innovazione, proporzionalmente si ritrova arretrato in tutti le altre branche della ricerca. In una situazione del genere, la nostra regione potrebbe rivestire un ruolo di punta in quanto sede della Sissa e dell’Area Science Park. «Per trent’anni - ricorda Bravar - questa regione ha percepito finanziamenti per la ricerca pari a 300 milioni di Euro l’anno. I risultati si vedono, siamo leader nella ricerca, ma è lì che si ferma l’innovazione e le imprese non sono ancora del tutto coinvolte. Avvicinare la ricerca all’impresa è la chiave per risollevare l’economia».

L’opinione del rettore
Ognuno dei partecipanti propone, se non una soluzione, un’idea. Così si esprime il rettore dell’Università di Trieste Maurizio Fermeglia: «Dobbiamo abituarci all’idea che alcuni mestieri spariranno, e altri ne nasceranno. Le intermediazioni, con la diffusione di internet, non esisteranno più: Uber stia sostituendo i tassisti, e il telemarketing è solo una seccatura perché le informazioni le troviamo tutte in rete. Bisogna investire sui mestieri ad alto livello intellettuale, che sono il futuro. Dobbiamo formare i giovani a incarnare delle figure operative a più livelli, come ingegneri-psicologi in grado di coordinare un team. Il mercato è sempre più alla ricerca di queste soft skills».

Il direttore della Sissa
Stefano Ruffo, direttore della Sissa, insiste invece sulla potenza delle idee: «Alla Sissa accade spesso che i nostri ricercatori formulino idee non immediatamente spendibili nella pratica, ma che nel lungo termine si rivelano redditizie. Alcuni nostri neuroscienziati hanno avuto un problema con le cavie da laboratorio. Non riuscivano a sistemare un cappellino sulla testa di un ratto e si sono serviti di una stampante 3d per creare un copricapo. Abbiamo scoperto che una grande azienda americana e un gruppo di neuroscienziati cinesi avevano lo stesso probema, e abbiamo venduto loro quest’idea». 
Ruffo si collega poi a un altro fatto piuttosto noto: «Come il ragazzo che non ha più bisogno di lavorare perché ha inventato una porzione di software con cui è stato realizzato Skype. Grandi idee che possono diventare redditizie solo mettendo i giovani a diretto contatto con le aziende, senza intermediazioni e clientelismi».

Il professore del Centro tecnologico
Anche il professor Michele Morgante, del Centro tecnologico di Amaro, insiste sulle potenzialità dell’umano: «Per far ripartire l’economia non ci sono solo gli incentivi fiscali, la nostra regione si è già classificata prima in questo senso. Bisogna tenere conto degli esseri umani. Secondo la legge dei quadrati inversi di Alfred J. Lotka, molti scienziati producono poco e pochi di loro producono molto. Se cento scienziati producono uno, ce n’è uno che produce cento: sono questi i giovani che l’Italia affama con ridicole borse di studio, mentre negli Usa vengono trattati come meritano».

La conclusione dell’assessore Bolzonello
Il vicepresidente della regione Sergio Bolzonello conclude così: «I parchi’, come Area Science Park, non devono arroccarsi nella ricerca pura ma mettere in contatto i giovani con le imprese. Devono collocarsi tra ricerca ed economia del territorio. Ma esiste anche un problema di distorsione della realtà: lo sviluppo deve essere immaginato su scala minore rispetto al 2008, prima della crisi. Gli istituti di credito non possono aspettarsi dalle aziende le stesse garanzie, devono fidarsi e investire per primi. Io ho appena istituito un bando di concorso da 35mila euro che premierà l’innovazione nell’impresa, ma i bandi regionali non possono sostituirsi ai canali contributivi».

Un’economia realista, idee fuori dal comune, focalizzazione sul genio umano e sui mestieri innovativi. Solo alcune delle soluzioni proposte in quest’incontro tra politica, imprenditoria e scienza. L’obbiettivo dichiarato è che il loro dialogo non si fermi a questo festival.