19 dicembre 2018
Aggiornato 08:00

Le bambole robot del sesso: perché sono pericolose ed è meglio non innamorarsene

La prostituzione, il concetto di gender e l’amore robotico secondo Kathleen Richardson e Sergia Adamo al Trieste Next 2016
A Trieste Next si è parlato di sex robot
A Trieste Next si è parlato di sex robot (Diario di Trieste)

TRIESTE - La prima bambola sessuale robotica ha soltanto la testa. Si chiama Denise, è in grado di interagire e rispondere. Il suo corpo, con pari caratteristiche, sarà pronto tra meno di dieci anni. Ci sta lavorando l’azienda americana Real Doll, che già produce bambole realistiche da 10 mila dollari, ma per il momento parliamo ancora di ‘corpi’ statici. Denise invece parla e non è tanto dissimile dalle attrici hollywoodiane di una certa età: labbra che esplodono, zigomi turgidi e trucco accecante.
Al Trieste Next festival si pronuncia la professoressa Sergia Adamo, docente di letteratura comparata all’Università di Trieste: «Vengono in mente le drag queen, con la loro femminilità eccessiva e iperbolica. Inizialmente additate dalle femministe come portatrici di sottocultura maschile, poi rivalutate come parodia, e quindi una via d’uscita alla deformazione dell’immagine femminile».

La cultura del possesso e la prostituzione
Robot con sembianze di donne e donne con sembianze di robot sono figlie della stessa cultura secondo la dottoressa Kathleen Richardson della De Montfort University di Leicester, che guida la ‘Campagna contro i robot sessuali’: «Più ci focalizziamo sulla rappresentazione del femminile, più perdiamo di vista le donne e le persone stesse. Sempre più desideriamo che gli oggetti assomiglino a persone, e le persone a oggetti, e tutto perché si vuole possederli. La mercificazione del sesso, per un certo tipo di femminismo, è un riscatto sociale, ma i dati statistici dicono tutt’altro. Perché la maggior parte delle prostitute in Europa è costituita da donne rumene e non, per esempio, tedesche? Perché è collegata alla povertà e quindi allo sfruttamento».
Le statistiche dell’European Policy Department del 2014, a questo proposito, parlano chiaro: il 75% delle persone che si prostituiscono è compreso tra i 13 e i 25 anni, e una percentuale tra il 60% e il 90% di loro non ha deciso di guadagnarsi da vivere in questo modo: è stata costretta a farlo.
«Pensiamo anche all’India e al suo mercato di organi - prosegue Richardson - commerciare in parti del corpo o in corpi interi, con le dovute differenze, fa parte della stessa logica di mercato. La cultura del possesso trasforma le donne in oggetti: trasformare gli oggetti in donne è solo il prossimo passo».

Ser robot come appresentazione fisica delle nostre fantasie sessuali
Secondo Sergia Adamo è l’inizio di una spirale senza uscita: «Ogni volta che costruiamo un oggetto, mettiamo l’umano creatore nell’oggetto stesso. La percezione di ciò che abbiamo creato ci trasforma, in un continuo scambio tra umano e non umano. Non sono concetti del tutto distinguibili, i confini tra uno e l’altro sono porosi. Nel cinema e nella letteratura l’androide esercita fascinazione e poi rigetto, quando somiglia troppo al suo artefice. E come succede in Frankenstein quando la creatura prende vita, l’umano dentro la macchina si ribella».
Secondo quest’ottica, un sex robot è la rappresentazione fisica delle nostre fantasie sessuali, un’incarnazione di puro piacere, almeno secondo un immaginario collettivo che si regge su statistiche. Un giorno avremo la possibilità di far costruire i nostri oggetti del desiderio nei dettagli e su commissione.
Con i centri del piacere sovreccitati, come sotto stupefacenti, il rischio è diventare sempre meno consapevoli verso noi stessi e gli altri. In poche parole, diventare più simili alle macchine.

Il rischio è perdere il senso dell'umano
Eppure, volendo restare in tema di letteratura, vengono in mente film come ‘Her’ di Spike Jonze, che parla d’amore e tenerezza verso un’intelligenza artificiale sul modello di Siri o Cortana. Secondo la dottoressa Richardson, non stiamo parlando di amore: «Nella macchina troviamo una rappresentazione di noi stessi, rientriamo nei nostri fantasmi e perdiamo il contatto con l’altro. I nostri bisogni narcisistici vengono soddisfatti in maniera totalizzante e regrediamo verso uno stadio infantile. Rischiamo di perdere il senso dell’umano, l’incontro con l’altro, la crescita personale». 
Sergia Adamo collega la crescita e lo scambio al concetto di vulnerabilità: «Come possiamo entrare in contatto con la nostra parte più vera e vulnerabile se possiamo disporre liberamente di un soggetto umanoide? Il rischio è il delirio di onnipotenza» .
Non può non venirci in mente che la letteratura ha prefigurato una dittatura tecnocratica nel 1984 e un’odissea nello spazio nel 2001. Eppure niente di tutto questo è accaduto. Stiamo ancora una volta proiettando le nostre paure nel 2026, quando la bambola Denise potrà avvinghiarsi ai suoi facoltosi clienti? «Può darsi - sdrammatizza Adamo - siamo sempre terrorizzati dalla novità. Se Aristotele fosse qui con noi, oggi, parteciperebbe al Trieste Next mettendoci in guardia dalla prima e più terribile tecnologia: la scrittura».