20 ottobre 2018
Aggiornato 21:30

Dall’anatra che digerisce ai sosia meccanici. Quando gli automi diventano androidi

Cosa ci spaventa nei robot. Perché vogliamo adottarli. Perché rischiamo di diventare come loro.

TRIESTE - L’anatra digeritrice di Vaucanson è stata forse il primo automa della storia. Rivestito di rame dorato, l’uccello meccanico ‘si cibava’, in totale autonomia, di briciole e chicchi di grano. Poi li incamerava in uno stomaco artificiale, e attraverso un colon altrettanto sintetico estrudeva vere e proprie feci. Decantata finanche da Voltaire, la macchina defecatrice era stata esposta al Palays-Royale di Parigi nel 1744, circa tre secoli fa. Di qualche decennio dopo è il turco scacchista: un manichino mobile in grado di vincere partite a scacchi. Sappiamo che un’intelligenza artificiale di questo tipo è stata realizzata solo pochi anni fa, infatti il turco veniva manovrato da un nano, rannicchiato sotto il tavolino da gioco. «Possiamo parlare del primo esempio di nanotecnologie!» esclama il prof. Giuseppe O. Longo, scrittore e professore emerito all’Università di Trieste. Uno scroscio di risa innonda la platea del Miela, al Trieste next 2016, ma che succede se saltiamo in avanti di tre secoli e guardiamo alla tecnologia attuale? Si smette di ridere e arriva l’inquietudine del post-umano.

L'homo tecnologicus
«Siamo partiti dall’homo sapiens - spiega il professor Longo - ora siamo nell’era dell’homo tecnologicus, che ha aumentato intelligenza e capacità motoria con le sue invenzioni. Il prossimo e temuto passo è il post-umano, una nuova identità evolutiva. Un umano che diventa creatore a sua volta e non si riproduce più attraverso la lotteria cromosomica, ma pilotando le caratteristiche dei nuovi nati e manovrando di suo pugno l’evoluzione della sua specie. Il post-umano si ritrova ibridato con le sue stesse tecnologie, che invadono e compromettono il concetto di persona».

Il post-umano
È il caso di Kevin Warwick, cyborg e professore di cibernetica all'Università di Reading. Un cyborg vero, perché nel suo avambraccio è installato un chip che trasmette gli stimoli neuromuscolari via internet e, a distanza, nel corpo di sua moglie. Se si trova a New York può comandare un braccio meccanico a Londra, e la sua consorte, dotata di un chip speculare, può avere la percezione dei movimenti del marito ovunque si trovi.
La platea non ride più, inizia a diffondersi una forma di disagio che ancora non ha un nome. Si parla poi di Geminoid, un androide telecomandato che è il sosia del suo creatore: lo scienziato Hiroshi Ishiguro. Geminoid è una statua di cera parlante che a malapena si distingue da colui che l’ha costruita. Quel senso di repulsione inizia a calare nonappena ci viene spiegato che ha un nome: ‘avvallamento del perturbante’. Funziona così: la fascinazione verso un androide sale in proporzione a quanto ci somiglia, ma se è troppo simile a noi ne siamo disgustati. È il contrasto tra l’illusione della vita e la consapevolezza dell’inanimato. Per questo il post-umano ci terrorizza: nel profondo siamo molto gelosi della nostra umanità, il confine tra noi e le nostre creazioni lo vogliamo ben distinto, un rifesso di autoconservazione. 

Macchine emotive
«Eppure - fa notare il professor Paolo Gallina, docente di robotica - Siamo noi stessi ‘macchine’ emotive. Ci approcciamo alla tecnologia con il cuore, lo dimostra il successo del Tamagotchi o di Paro, un cucciolo di foca affine al Furby che è stato adottato, alla lettera, da una coppia di giapponesi del tutto sani di mente».
In un esperimento della Tuffs University è stato creato un robot che piangeva alla richiesta di eseguire ordini: la maggior parte dei soggetti umani finiva per consolarlo. E non solo amiamo le macchine, ci identifichiamo con esse. Gli androidi Geminoid, i sosia sintetici, provocano veri e propri processi identificativi. Se un androide ci somiglia diventiamo estremamente protettivi nei suoi confronti: la nostra tendenza a proiettarci in un ‘avatar’ artificiale è enorme. 

Siamo tutti cyborg
Nella sostanza siamo già ibridati alle nostre macchine perchè siamo predisposti naturalmente. Un chitarrista metal, Christian Muenzner (e con lui molti altri), ha sviluppato un piccolo disturbo motorio semplicemente applicandosi nello studio del suo strumento e ora, quando non suona, non muove più le dita alla stessa maniera. La sua chitarra, possiamo dirlo, ha modificato il suo cervello. Pensiamo poi al fatto che, con la diffusione dei calcolatori, non ricordiamo più le tabelline come facevano i nostri nonni.
Con la diffusione di internet siamo interconnessi a tal punto che la nostra intelligenza collettiva assorbe quella individuale. Potremmo diventare come le api: scarsamente intelligenti da soli, potenti ed efficienti in gruppo.

Gli scienziati rispondono
Ha senso, dunque, arrestare l’avvento del post-umano? Ancora una volta ci risponde il professor Longo: «L’homo sapiens è sempre stato un essere artificiale per defizione, perché produce e si circonda di artefatti. Arrestando l’evoluzione verso il post-umano si snaturerebbe la definizione stessa di umano, una violazione della natura. L’uomo si è sempre ibridato, è sempre stato post-umano, il fissismo non può essere sostenuto perché la fissità non fa parte della nostra natura. Siamo esseri che variano e mutano costantemente, proprio grazie alla tecnologia. Quindi eravamo postumani prima e lo siamo adesso, con una differenza: prima non lo sapevamo e asesso sì. E da questa consapevolezza derivano grandi responsabilità».
Il futuro che tanto temiamo, quindi, esiste da sempre, possiamo tirare un sospiro di sollievo. Gli scienziati al Trieste next ci hanno nuovamente rincuorati. Più o meno. Sicuramente, che ci piaccia o no, ci hanno resi più consapevoli.