17 luglio 2019
Aggiornato 16:30
Intervista con l’autore de “Il peso della farfalla”

Erri de Luca rivela la sua “Natura esposta” alla Barcolana

L’ultimo romanzo, sulla la natura del Cristianesimo. E poi il lavoro manuale, il senso del tatto, il rapporto col mare. Lo scrittore si racconta a Diario di Trieste
Erri de Luca alla Barcolana 2016
Erri de Luca alla Barcolana 2016

TRIESTE - Non è mai stato un bravo studente, Erri de Luca. Massimo impegno, minima resa: «Finivo sempre fuori tema, per quello ho deciso di fare lo scrittore, sono andato fuori tema e ci sono rimasto». Mentre ci porta in viaggio nel suo ultimo libro, ‘La natura esposta’, i fuori tema sono tanto costanti quanto affascinanti: «Quando un napoletano si riferisce alla ‘natura’ intende la nudità, infatti si dice ‘copriti la natura’. Il napoletano è ancora la mia lingua madre, un insulto in italiano non mi tocca, è come se lanciassero sassi alla mia ombra»

La natura esposta
Poi si rientra nell'argomento della giornata, quello del romanzo. La storia di uno scultore che ha il compito di restaurare la statua di un Cristo crocifisso, originariamente nudo e poi sottoposto alla censura di un panneggio posticcio. Quello che si richiede allo scultore è di esporre nuovamente la ‘natura’ del Nazareno, scalpellando il panneggio. Nel toccare fisicamente la statua, l’artista si commuove profondamente e prova un dolore mai sentito prima, che lo mette in contatto con tutta la sofferenza dell’umanità.
Da qui parte un’indagine spirituale: «Non sono credente - spiega de Luca – ma leggo molto le Scritture e in questo libro ho cercato di capire perché il Cristianesimo ha sbalestrato tutti i politeismi del Mediterraneo. Intanto la divinità cristiana elimina la raffigurazione e si identifica nella parola: nel dire ‘luce’, la accende, e parlando crea la materia. Poi c’è l’elemento ‘amore’, tramite il quale la parola si fa carne. Come un muscolo che ha bisogno dello sforzo massimo per rigenerarsi, l’amore cristiano è qualcosa che si moltiplica con il sacrificio totale e il dono di sé».
Non posso non rivolgergli una riflessione.

Questa storia mi ricorda il suo modo di procedere nella scrittura: lei ha bisogno di un contatto diretto con le realtà più drammatiche, come quando ha assistito da vicino alla guerra in Bosnia. Quanto è importante per lei, il contatto?
«La letteratura si può produrre anche sul divano di casa propria, Salgari ha scritto mirabilmente di viaggi senza mai muoversi da casa. Io invece ho questo limite: devo immergermi nella realtà e tendo alla concretezza. Per questo amo i filosofi presocratici, loro cercavano di consolare il prossimo spiegando i misteri della natura, come i fossili delle conchiglie sulle montagne. Da Socrate in poi, ‘conosci te stesso’ è diventato l’imperativo e da allora la filosofia non mi è più interessata. Non voglio esplorare me stesso, io sono un migliaio di ‘io’ narranti e porto dentro di me altrettante assenze. Io i lutti non li elaboro, i miei morti sono tutti assenti ingiustificati»

Lei ha sperimentato diversi mestieri: il più concreto di tutti?
«Il muratore. Come la scrittura, mi permetteva di cadere in un fantastico isolamento: raramente sono stato concentrato come quando lavoravo al martello pneumatico. Io sono un sostenitore del tatto, lo preferisco agli altri quattro sensi, concentrati nella testa, perché è il più democratico: la sensazione dell’alluce ha la stessa dignità di quella del cervello».

Una domanda ‘fuori tema’, ma in tema con quello che ci circonda: qual è il suo rapporto col mare e con la vela?
«La vela mi piace perché sfrutta un’energia pulita. Il miracolo del legno che galleggia sull’acqua ha permesso all’uomo di conoscere e perlustrare un pianeta a maggioranza d’acqua. Quindi ho un sentimento di gratitudine da uomo di mare perché attraverso il mare ci è arrivata qualunque cosa. Io sono di Napoli, che è stata fondata dai Greci, pervenuti in Italia solo con la vela».

La moltiplicazione del contatto umano
Alla fine dell’intervista guardo gli ammiratori più affezionati, quelli che hanno atteso un’ora, solo per poter incontrare Erri de Luca. Dei ragazzi di vent’anni lo trascinano in un abbraccio di gruppo, una donna intorno ai quaranta gli stringe le mani con gli occhi lucidi, una coppia di settantenni vuole una foto con lui al centro, come in un ritratto di famiglia.
È appena accaduto un miracolo: una platea piena che si diverte con la teologia alla Barcolana, ma il vero prodigio è quello a cui ho assistito adesso. Erri de Luca che trasforma il contatto umano in scrittura, e la scrittura che glielo restituisce moltiplicato, come pani o pesci.

Erri de Luca alla Barcolana 2016

Erri de Luca alla Barcolana 2016 (© Foto di Massimo Battista)

Erri de Luca alla Barcolana 2016

Erri de Luca alla Barcolana 2016 (© Foto di Massimo Battista)