17 giugno 2019
Aggiornato 10:30
Per “Barcolana di carta”

“Trieste è un’Itaca perfetta”. Intervista con Paolo Rumiz alla Barcolana

Dalla storia dei confini fino al caso dello striscione per Regeni. Lo scrittore, giornalista e viaggiatore racconta la città a Diario di Trieste
Paolo Rumiz alla Barcolana
Paolo Rumiz alla Barcolana

TRIESTE - «Trieste è un sismografo, un pennino sensibile che registra le inquietudini d’Europa». Non ci prova nemmeno, Paolo Rumiz, a dissimulare il trasporto per la sua città. A quanto pare, le deve molto: «Quando ho iniziato a lavorare per Repubblica mi hanno detto che avrei potuto restare qui: mi trovavo già al centro di tutto. La caduta del muro, la guerra nei Balcani, il populismo alpino di Heider che è stato un precursore di quelli attuali. In 30 anni ho assistito alla mutazione dell’Europa senza muovermi, se non viaggiando. Trieste, poi, è un’Itaca perfetta: è stupendo partire e ritornare. Viverci è un altro discorso».

Le sei bandiere di Trieste
Un’immagine su tutte, per descrivere cosa significhi essere triestini: sei bandiere, quelle cambiate dalla nonna dello scrittore. Sei cambi di nazionalità, senza per questo muoversi dal luogo in cui è nata. Prima l’impero austroungarico, poi il Regno d’Italia, quello tedesco e i 40 giorni di bandiera jugoslava. E prima dell’avvento della Repubblica Italiana, «quella gran festa di arance, penicillina e birra» che è stata l’arrivo degli alleati. 
È da qui che iniziano i ricordi di Rumiz: «Avevo 4 o 5 anni, mentre l’Italia si leccava le ferite qui c’erano feste continue, molte a casa dei miei. Veniva la gente più incredibile: ebrei, tedeschi, inglesi, soldati americani. C’era l’archimandrita della chiesa greco-ortodossa, uno scapolo gaudente con un dente d’argento. Mi prendeva sulle ginocchia e mi raccontava la storia di Antigone e altre tragedie greche. A Trieste la processione dei Greci era accompagnata dalla banda municipale, le culture si intrecciavano e ogni festa era di tutti»

Contro ogni confine
Un uomo da sempre in lotta con i confini, che nel 2007 ha festeggiato l’entrata della Slovenia nei confini europei. Insieme a pochi intimi, in un borgo della Val Rosandra, lontano dalle cerimonie pubbliche ha aspettato di poter segare a pezzi (anzi, a ‘particole’) il confine di legno, innaffiandolo di champagne con l’aiuto dei primi sloveni sopraggiunti dal bosco.
E una volta abbattuto il confine che l’aveva ossessionato da sempre ha deciso di partire per una lunga serie di viaggi, che hanno ispirato altrettanti libri. Come «Transeuropa Express», un percorso lungo il confine dell’Europa, dalla Norvegia a Istanbul, usando solo mezzi pubblici, oppure la  traversata dei Balcani in bici col vignettista Altan.
Una passione così profonda per i reportage di viaggio non può che avere radici nella prima infanzia. E Rumiz me lo conferma.

Qual è stato il primo viaggio di cui ha memoria? 

«Era il novembre dell’autunno del 54, stavano arrivando le truppe italiane al confine di Duino. Erano le dieci di sera, io dormivo nel bagagliaio della Giardinetta di mio padre e i bersaglieri italiani erano davanti a me, con le piume al vento, erano allegri perché per loro era una scampagnata. A mezzanotte sarebbero entrati in territorio ex alleato. Era il mio primo viaggio, e anche lì c’era un confine».

La Trieste di oggi è molto cambiata rispetto a quella multicolore dei suoi racconti. Cos’è accaduto?
«Non credo che i triestini siano peggiorati col tempo, il problema è la congiuntura politica. La nostra giunta comunale è forte coi deboli e prona coi forti, basti vedere il provvedimento contro chi suona per strada. Loro hanno riempito un vuoto di potere perché la sinistra è tremebonda, pavida. Anche questo accanimento sullo striscione per Regeni serve ad ambo le parti per distogliere l’attenzione dai veri provvedimenti di questa giunta, fatti per favorire gli amici degli amici, smantellando tutto l’operato dei predecessori. Io rispetto questo sindaco ma gli farò lealmente e democraticamente battaglia».

Lei sarà presente alla regata, in una barca con altri tre scrittori per la Barcolana di carta. Sente ancora l’emozione prima di incontrare le onde?

«Non si va in Barcolana per mostrarsi, piuttosto ci si imbarca con gli amici e una bottiglia di vino. Però ho fiducia in Feltrinelli e in ogni suo progetto, quindi partecipo volentieri. Amo il mare perché è uno spazio condiviso di tante nazionalità. È un territorio dove si percepisce l’alterità, è senza confini. Le miserabili definizioni nazionali portano guerre e follia».

E i social network? Li abbattono veramente, questi confini?

«Solo quelli geografici. Ora parliamo con chi sta dall’altra parte del mondo ma non con il vicino di pianerottolo. Si stanno smaterializzando le relazioni tra persone, e questo è gravissimo»

È evidente che contro i confini la tecnologia non basta. Oltre alla potenza delle parole e a un pesante zaino sulle spalle, il metodo Rumiz prevede che i confini vengano fisicamente segati a pezzetti.
 

Paolo Rumiz alla Barcolana

Paolo Rumiz alla Barcolana (© Foto di Massimo Battista)

Paolo Rumiz alla Barcolana

Paolo Rumiz alla Barcolana (© Foto di Massimo Battista)