19 settembre 2019
Aggiornato 04:30
Barcolana 2016: intervista col campione

Sir Ainslie, il più grande velista di tutti i tempi: “Gli Italiani mi insegnano lo spirito di squadra”

Incontro con la star internazionale della vela alla grande regata di Trieste. I Progetti per l’America’s Cup 2017 e il suo rapporto con il nostro paese
Sir Ben Ainslie alla Barcolana
Sir Ben Ainslie alla Barcolana

TRIESTE - Gli amici lo chiamano ‘Big Ben’, la regina Elisabetta lo chiama cavaliere dell’Impero Britannico. E anche commendatore e ufficiale, per i servizi allo yachting, alla vela, e allo sport in generale. Per comodità lo si chiama ‘il più grande velista di tutti i tempi’, e il suo nome è Ben Ainslie.
Quattro medaglie d’oro alle olimpiadi e una vittoria all’America’s Cup nel 2013 alla guida di un team americano, risultati ancora ineguagliati, nello spazio e nel tempo.
La prima gara a dieci anni, a tredici ha guidato un optimist in un campionato del mondo in Giappone, arrivando 73 esimo. All’epoca sognava di vincere una medaglia d’oro e un’America’s Cup, e ora che le sue fantasie da bambino sono realtà, che cos’ha in mente?
Una famiglia ce l’ha già, sua figlia Bellatrix è nata in luglio. Imparare a volare? Già fatto, aspetta solo il brevetto da pilota. 

Il sogno di Ben
«Il mio sogno, adesso, è vincere un’altra America’s Cup – svela Ainslie - ma stavolta con un team britannico. Naturalmente è una grande sfida, visto che la prima regata è stata nel 1951 e da allora l’Inghilterra non ha mai vinto. Io e il mio team stiamo lavorando con Land Rover per riuscire a portare a casa questo risultato nel 2017 a Bermuda. Conosco molto bene l’Oracle Team Usa, non sarà facile batterlo». Ricordiamo che Ainslie è stato reclutato nell’Oracle nel 2013 (in sostituzione di John Kostecki), portandolo alla vittoria. Il prossimo anno, invece, lo affronterà alla guida di un equipaggio tutto britannico.

Ritorno a Trieste
Alla Barcolana, Ben ha gareggiato su Ancilla Domini, a bordo il sindaco di Milano e il presidente delle Asicurazioni Generali. Al timone il noto velista monfalconese Mauro Pelaschier. È arrivato 14esimo, Sir Ainslie, ma è stato comunque l’ospite d’onore dell’evento e ha dimostrato ancora una volta il prestigio della Barcolana su scala mondiale. È la sua seconda partecipazione alla regata, c’è da chiedersi se tra inglesi e triestini non ci sia dell’affinità sportiva. 

Non è la sua prima volta a Trieste, avrà di certo una sua idea sul rapporto di questo popolo con la vela. Ha notato differenze culturali, organizzative o caratteriali rispetto ai velisti inglesi?

«Nel Regno Unito c’è una grandissima passione per la vela e per la navigazione in generale, perché fa parte della nostra storia e del nostro retaggio culturale, e a Trieste ho notato lo stesso approccio. Ho visitato diversi porti e città italiane e ho sempre riscontrato lo stesso entusiasmo, profondamente radicato anche nella vostra cultura. Sono rimasto colpito dall’abilità tecnica di Mauro Pelaschier, che governava il timone, mi ha parlato delle sue esperienze olimpiche e lo ritengo un grande professionista. Mi piacerebbe vedere una fortissima squadra italiana all’America’s Cup 2017, credo che questo farebbe la differenza e renderebbe la competizione ancora più interessante».

Che cosa le ha lasciato questa Barcolana? C’è qualcosa che le abbiamo insegnato, e che riporterà nel suo paese?

«A volte, quello che manca in una squadra, è la continuità. Quest’anno siamo molto impegnati nella pianificazione e nella costruzione della barca per America’s Cup, quindi capita che tra una gara e l’altra passi molto tempo, il che può diventare un problema per l’intesa e la coordinazione all’interno del gruppo. Quello che vedo in voi italiani, oltre a un’ardente passione per lo sport, è un grande e resistente affiatamento di squadra. Vogliamo seguire il vostro esempio per cementare ancora di più il nostro team e arrivare ad America’s cup con il giusto spirito».

Quindi un equipaggio affiatato è più importante rispetto a una barca tecnologicamente perfetta?

«La risposta la vedremo il prossimo anno a Bermuda. Nel 2010 a San Francisco abbiamo quantificato un 75 percento di merito alla tecnologia e un 25 percento al talento del team. Quest’anno puntiamo a un maggior equilibrio tra i due fattori».

Un carattere vincente
È una soddisfazione non da poco, avere qualcosa da insegnare a Sir Charles Benedict Ainslie. Tutta la sala stampa era in fibrillazione prima del suo arrivo e lo stesso Mitja Gialuz, presidente della Barcolana e noto per il suo sangue freddo, è rosso in volto mentre siede al suo fianco: «Questa è stata la Barcolana più bella anche grazie all’energia, la determinazione e il carattere vincente che ci ha trasmesso Ben»
Un carattere vincente, quello di ‘Big Ben’, che si irradia a distanza. Si ha l’impressione di assorbirne un po’ solo guardandolo da vicino. E forse anche lui ha assorbito qualcosa dall’Adriatico: lo spirito di squadra, tutto italiano, che gli servirà da esempio a Bermuda, per realizzare il prossimo sogno.