24 aprile 2019
Aggiornato 08:30
Trieste Science+Fiction – prima del concerto

I «Tre allegri ragazzi morti» e gli Amish cibernetici. Intervista con Enrico Molteni

Il bassista dei Tarm racconta il gruppo, la sua etichetta discografica, i fantasmi del futuro e il suo amore per Trieste. E il mondo all’inizio del prossimo secolo

TRIESTE - Siamo alla vigilia del concerto  dei Tre allegri ragazzi morti, a Trieste il 31 ottobre. Enrico Molteni è il loro bassista, un morto affabilissimo, che sorride sempre e non vede l’ora di rivedere la città dove ha studiato.
I Tarm apriranno il Trieste Science+fiction festival, ma con la tecnologia futuribile non vanno proprio d’accordo. Il loro nuovo album, ‘Inumani’, si presenta in una grafica di pitture rupestri e grida la volontà di un ritorno alle origini. ‘In questa grande città’, ad esempio (in collaborazione con Jovanotti), descrive Milano in ritmi tribali e attraverso l’amore per una ragazza dall’africa nera. ‘Persi nel telefono’, invece, parla di un’umanità schiava dei cellulari.

Un gruppo che si esibisce solo a viso coperto, che nei video appare quasi sempre in forma di tre cartoni animati, alter ego disegnati dal cantante Davide Toffolo. Una band che ha raggiunto il successo fondando ‘La Tempesta’, casa discografica indipendente. Una strada che in molti percorrono nell’era degli smartphne e di Youtube, perché oggi diventare ‘virali’ è alla portata di tutti. Ai loro tempi non lo era, eppure ce l’hanno fatta lo stesso. Chiedo a Enrico spiegazioni.

Voi eravate Indie ancor prima della nascita del termine e avete preceduto i Gorillaz come band-fumetto. Avete travalicato il tempo e lo spazio, cosa che ai morti probabilmente riesce facile, ma voi lo siete solo di nome. Come siete arrivati qui senza l‘alta tecnolgia e un’etichetta milionaria?
«Ci lusinga la tua visione, tuttavia non siamo precursori assoluti. Altre etichette prima di noi ci hanno indicato la strada e lo hanno fatto in tempi ancora meno digitali, però siamo soddisfatti del lavoro svolto e siamo felici possa influenzare o a anche solo intrattenere molte persone. Il segreto è che funzioniamo come collettivo, con la comunicazione faccia a faccia, e guardiamo all’essenziale: siamo in pochi e senza una sede lussuosa in cima a un grattacielo. Sono tempi di grave crisi e molte grandi case indipendenti hanno chiuso, noi restiamo a galla perché siamo snelli e dinamici, ridotti per spese e per tempi di lavoro».

Il nuovo album mi sembra molto più solare e costruttivo dei primi. È cambiata la tua età e i tuoi problemi ma oltre a questo si sente qualcosa che chiamerei, senza esagerare, gioia di vivere. Non per niente avete calamitato Jovanotti. Mi sembra che i vostri teschi siano ormai uno sberleffo alla morte, se non lo sono sempre stati. Se è vero che «ogni adolescenza coincide con la guerra», puoi dire di averla vinta del tutto?
«Non soffro di grossi sbalzi d’umore, sono sempre stato abbastanza freddo a qualunque età. Sfoghi molto brevi e il giorno dopo dimenticati. E poi nel nostro nome c’è sempre stata anche la parola allegria. Sappiamo che la parola morti ha più peso, ma la parola allegria c’è ed è sempre stata presente nel nostro immaginario. È un ossimoro, è bello per quello!».

Parliamo di te e della tua gioventù triestina: hai frequentato scienze della comunicazione a Trieste, la trovi una città abbastanza allegra per un ragazzo morto?
«Trieste è una città bellissima, ci ho vissuto per circa otto anni e spesso sogno di tornarci. Mi manca!».

Torniamo un momento al passato: nella vostra hit del 2010, ‘La faccia della luna’, c’è una frase che mi fa venire in mente il vostro amato Pasolini, quello nostalgico che piangeva la scomparsa delle lucciole nel ‘75 per l’inquinamento da Ddt. La frase è «Se il grillo torna in campo anche voi ci guadagnate». È un inno al Movimento 5 stelle o una condanna alle colture intensive?
«Sono grilli in senso letterale: la canzone è stata composta nel periodo in cui abbiamo vissuto tutti assieme in una casa nei campi a Valvasone, provincia di Pordenone, a poche centinaia di metri dalla tomba di Pasolini. Pensavamo di essere nella natura ma in realtà eravamo in campi agricoli trattati coi pesticidi, e per assurdo forse immersi in un inquinamento superiore a quello della città».

Ti chiedo un omaggio per il nostro festival fantascientifico: raccontaci come vedi il mondo tra 100 anni
«È una bellissima domanda. Vedo noi umani organizzati come una comunità Amish ma con piccolissimi devices impiantati nel corpo che ci permettono di fare qualsiasi cosa solo col pensiero. Quindi una tecnologia potentissima, così potente da portarci a desiderare il passato»

Ho un’altra domanda ma non è per Molteni. Come mai aprire un festival sul futuro con un gruppo tanto nostalgico? Poi la risposta arriva da sola. La fantascienza dà corpo a tutte le nostre inquietudini sul progresso e chi ne ha molte, e molto chiare, è in grado di creare scenari degni di Philip Dick.