24 maggio 2019
Aggiornato 17:00
Trieste Science+fiction festival 2016

Dario e Argento. Incontro con le due facce del re del brivido

Al festival della Fantascienza, il maestro italiano dell’horror mondiale ci parla del suo rapporto con s stesso e con George Romero. E di una serie di terrificanti progetti
Dario Argento al Trieste Science+fiction festival
Dario Argento al Trieste Science+fiction festival Diario di Trieste

TRIESTE - Scheletrico, pallido, occhi infossati e tristi in contrasto con un sorriso cordiale.
Questo non è Dario Argento, non più almeno. Ora è più paffuto, sembra in ottima salute (a parte il raffreddore) e non dimostra i suoi 74 anni. Parla senza fretta, infonde tranquillità, un caro signore con un maglione di cachemire blu.

La cura del dettaglio
Nel suo lavoro è metodico e zelante: «Le pellicole per girare ‘Suspiria’ sono andato a prenderle in America, cercavo un effetto particolare che potevano darmi solo quelle vecchie Kodak, così delicate da dover essere tenute in frigorifero. Ce n’erano pochissime, ho rischiato di finirle prima del film. Ho dovuto lavorare molto con le prove perché non potevo permettermi di tagliare scene». Una cura per il dettaglio che da un visionario non ci aspetteremmo: é stato paragonato a Fritz Lang per la vena espressionistica e a Hitchcock per il gusto onirico.
Ci si dimentica dell’influenza neorealistica, proprio quella che ci fa sobbalzare. L’immaginario di Hitchcock con il nitore e la spietatezza di Antonioni: né più né meno, un incubo che si realizza. Da qui la cura dei particolari, ma Dario Argento non ci parla di quei dettagli a cui tutti lo associano. La pressione del sangue quando zampilla, o di come diventa filamentoso quando esce dalla bocca. Le difficoltà nel costruire il bambino deforme di ‘Phenomena’, della sua bocca simile a quella di ‘Predator’, con le gengive che iniziano dove dovrebbe esserci il naso. Invece niente, Argento spiega il suo lavoro come un pensionato (con molto tempo a disposizione) ci descriverebbe la sua passione per il giardinaggio.

L’altro Dario
Io vorrei parlare con il regista che inventa pratici stratagemmi, come una fila di aghi sotto le palpebre per tenere gli occhi aperti (nel film 'Opera'). In poche parole, gli chiedo, dov’è l’altro Dario Argento?
«Siamo in due, uno è quello che ti sta parlando. Che vive, fa la spesa, tenta di spiegarti i film che però sono opera dell’altro Dario. È lui il creativo dietro la macchina da presa, e purtroppo non lo conosco tanto bene. Mi piacerebbe parlargli, davvero, non sto scherzando, ma siamo due estranei».
È distratto, il Dario che ho davanti, neanche il prossimo remake di Suspiria lo tocca più di tanto: «Non credo sia un’operazione molto utile, io non ne so niente, nessuno mi ha detto niente. Se non sbaglio la prossima settimana Luca Guadagnini mi ha chiesto di vedere il set». Come se si fosse ricordato di dover sbrigare una commissione, e di poco conto.


Progetti futuri
Lo coinvolge di più il progetto che inizierà a febbraio, ispirato alla novella di Hoffmann, che si intitolerà Sandman, ovvero il signore del sonno che soffia sabbia negli occhi dei bimbi per farli addormentare. La sala stampa rabbrividisce nel pensare a occhi, bambini e sabbia nella mente dell’altro Dario Argento, ma l’uomo che ci sta davanti parla di altro, del contesto: «Sarà ambientato in una Londra fumosa, che all’epoca era una specie di immondezzaio».
Un altro progetto è l’opera lirica, una regia del ‘Giro di vite’ di Benjamin Britten, che andrà in scena al teatro Carlo Felice di Genova. «Vorrei riuscire a fare tutto, ho tante cose in ballo in questo periodo». Si nota la preoccupazione, ma sempre con distacco, il Dario ‘sanguigno’ non ci degna della sua presenza. Quello che è scappato di casa giovanissimo per lavorare come lavapiatti a Parigi, il bohémien con pensieri suicidi che si dimentica di mangiare (da ragazzo lo chiamavano ‘Mauthausen'), al suo posto c’è questo settantenne educato, ben pasciuto, che non si scompone.

L’amico George
Si illumina solo quando parla di George Romero, per cui ha curato un’edizione rimasterizzata di Zombie che sarà presentata al festival della Fantascienza: «Con George andiamo molto d’accordo, lo chiamo ‘il mio fratellino’. Una volta, bloccati dal maltempo, abbiamo dormito con i sacchi a pelo in un centro commerciale abbandonato, come nel film. Un’esperienza meravigliosa. Io e George odiamo i centri commerciali, gli zombi li prendono d’assalto come fa la gente viva al giorno d’oggi: è una metafora sul consumismo, che condivido».
È dichiaratemente di sinistra, Dario Argento, lo rimarca parlando della censura del film in territorio francese: «Ci tenevo che fosse distribuito in Francia, ma a quei tempi c’era un governo conservatore che ne ha vietato la distribuzione. Poi è subentrato il governo di sinistra, e le cose si sono sbloccate».
Anche la figlia Asia ha recitato con Romero in ‘Land of the dead’, ma Dario non ha mai fatto un sopralluogo sul set. Ha chiamato durante le riprese,  e «George» (non sua figlia) gli ha assicurato che tutto stava andando per il meglio.
Un rapporto profondo, quello tra i due artisti. Due solitudini, due menti che rompono le regole con la stessa violenza. Forse incontrare uno spirito tanto affine è come ritrovare una parte di sé, quel doppio oscuro con cui, a volte, non si riesce proprio a fare amicizia.