20 giugno 2018
Aggiornato 09:30
Eventi & Cultura | Per la rassegna S/paesati

Un nero abbraccio, di sangue o fango. Monika Bulaj e la sua performance fotografica

Al teatro Miela, ospite la giornalista e fotografa che ha documentato le religioni del mondo, dal vudù haitiano ai diversi Islam, più o meno illuminati. Immagini che distruggono, e ricompongono, la nostra immagine dell’umanità

Una fotografia di Monika Bulaj (© Monika Bulaj)

TRIESTE - «L’Ulisse di oggi è in fuga, è sporco e affamato e si vergogna di se stesso. Viene da un paese che conta un milione di vedove, spesso  vendute per riparare a sgarri commessi da maschi». Parte dall’Afghanistan il viaggio in immagini di Monika Bulaj, giornalista e fotografa, autrice della performance ‘Dove gli dei parlano’, andata in scena il 10 novembre al Teatro Miela.

Un viaggio per raccogliere frammenti
Una successione di foto che documentano i luoghi sacri di tutto il mondo, anche quelli che non si trovano sulle cartine, dove vengono celebrati riti millenari, dove la gente si mette in contatto con Dio, o con gli dei. Un viaggio vorticoso, dall’Africa all’Asia, da Cuba a Israele, i pellegrinaggi degli Urali e i monaci dell’Himalaya, che vedono la catena montuosa come la topografia del corpo di Dio. Un percorso che Monika Bulaj ha iniziato veramente negli anni 80, affidandosi alla carità della gente, seguendo le carovane dei nomadi e camminando coi pellegrini, mangiando il loro pane giorno dopo giorno.
«L’intento del fotografo – spiega Monika – è regalare i frammenti di uno specchio rotto che non potrà mai ricomporsi. Forse sono i mattoni della torre di Babele e il mio lavoro è tentare di metterli insieme, nell’ordine che gli sembra giusto, o forse solo possibile, sognando, senza raggiungerla mai, quell’immagine intera del mondo che magari da qualche parte c’è, o forse c’era e s’è perduta, come la lingua di Adamo».

Un ciclo ipnotico

Il viaggio dello spettatore è commentato dalla voce della stessa artista, scandito da una sequenza di foto scattate in luoghi disparati e lontani, una successione che non segue la contiguità geografica ma ci porta da una parte all’altra del mondo, spesso ritornando sullo stesso punto. Un disegno circolare, «come il percorso dei peripatetici che hanno l’anima nelle scarpe, o come il simbolo del dharma, così simile alla ruota gitana».

Haiti e il vudù
Si ritorna spesso a Haiti, con i suoi rituali vudù, dove schiere di persone aspettano di essere possedute da uno dei 401 Loa, le divinità che ‘cavalcano’ gli esseri umani, come destrieri. Vediamo donne che attendono la possessione di un dio ermafrodita: per sei mesi guerriero e altri sei fanciulla, se il dio non si manifesta in loro, le donne piangono disperate, come abbandonate da un amante.
«Ho assistito a queste possessioni e non ho dubbi su ciò che ho visto: una sala gremita come questa, in cui tutti si sono trasformati in ‘qualcos’altro’. Ma non ho avuto paura, il vudù non mi spaventa, il problema sono i protestanti che si comportano come oppressori violenti».
Un luogo di pestilenza, Haiti, di violenza e miseria, dove si rischia la follia. Eppure la religione vudù, ben lontana dalla caricatura stregonesca che ci arriva in occidente, è uno straordinario collante per la popolazione, è passione e vitalità, ispiratore di arte e poesia, anche nel sangue e nel sacrificio.

Sangue o fango?
In questi rituali vediamo uomini rotolarsi in qualcosa di scuro e corposo, ma siccome le foto sono in bianco e nero non capiamo se sia fango o sangue: «Molte volte è sangue – ci spiega la fotografa – ma la mia scelta del bianco e nero vi confonde, e vi fa vedere solo un nero abbraccio. Perché di questo si tratta. La scelta monocromatica è per dare una continuità a tutti questi frammenti così diversi tra loro, perché il mio intento è mostrarli come parti di un disegno unico».

Illuminante confusione
Un caleidoscopio di usanze e credenze, che volutamente ci disorienta e quando si riaccendono le luci rimangono ricordi sparsi: sono gli afghani a credere che un uccello su sette contenga l’anima di un morto? E nel dubbio bisogna dar da mangiare a tutti i volatili? Sono gli ebrei a fare salti mortali all’indietro per purificarsi dai peccati? Alla fine tutta l’umanità ci sembra ugualmente esotica, intensa, pittoresca e sofferente. È proprio questo l’intento di Monika Bulaj: «Dietro a tutto questo c’è una sola cosa: l’uomo. Con la sua fatica, il suo sudore, la sua voglia di purificarsi e diventare una sola cosa con tutto il resto».
E se qualcuno ha girato il mondo per trovare le schegge di Dio, la domanda è: ha trovato anche il "male assoluto"? Monika Bulaj sorride tranquilla: «Il male è dappertutto, non si fatica a trovarlo. Io non so dire come identificarlo o combatterlo, ma posso fare una cosa e potete farlo anche voi: aguzzare la vista in direzione della bellezza».