19 ottobre 2018
Aggiornato 07:30

Marcela Serli porta gli attori transgender al Miela. Intervista con l’autrice

Con le sue “Variabili umane” l’attrice e regista mette in scena storie e persone con un passato e un presente fuori dal comune. Da cui chiunque può trarre un insegnamento
Lo spettacolo "Variabili umane"
Lo spettacolo "Variabili umane" (Teatro Miela)

TRIESTE - Sabato 26 novembre al Teatro Miela, alle 21, andrà in scena ‘Variabili Umane’, con progetto e regia di Marcela Serli nell'ambito della rassegna S/paesati. Uomini nati in un corpo di donna, donne a cui la natura ha dato un corpo maschile e che hanno superato la disforia di genere intraprendendo e concludendo un percorso di trasformazione psicofisica. Un percorso che richiede grande coraggio e determinazione, e che quasi mai è una scelta, ma un imperativo biologico. Così la regista, autrice e interprete descrive lo spettacolo: «La storia di un popolo offeso e della sua rivincita. Come una tragedia greca, canteremo la nostra storia e la nostra visione di felicità. Questa è anche la storia di una scoperta rivoluzionaria: siamo esseri intersessuali; siamo fatti di madre e padre. Molti degli interpreti non sono attori né danzatori professionisti ma sono professionisti nel loro lavoro, consulenti aziendali, medici, ispettori di polizia, sposati, genitori, e lavorano insieme a noi, gli altri attori. Tutti lavoriamo sulle nostre paure, sulla nostra provenienza e la nostra direzione».
Marcela Serli dirige anche Atopos, una Compagnia Teatrale che organizza laboratori teatrali rivolti ad attori, danzatori e artisti dai diversi linguaggi espressivi.

Marcela, da donna non transgender come è nato il tuo interesse per gli esseri umani in metamorfosi?
«Ho conosciuto persone che stavano affrontando questo percorso di transizione e mi sono innamorata non solo della loro storia ma anche di loro, ho capito che lottavano per definire se stessi lo facevano fino in fondo. Mi sono resa conto che io non lo stavo facendo, e invece avrei dovuto. Lottare, difendere e cercare il sé: è qualcosa in cui dovremmo impegnarci tutti: tu, io e il pubblico in sala. Nessuno è completamente uomo o donna, nessuno di noi è uno stereotipo: siamo persone e siamo tutti in trasformazione fino al momento della nostra morte».

Porterai sul palco persone reali, che hanno vissuto questo percorso e che sono accettati e ben inseriti nella società. Come sei riuscita a trovare tanti testimoni di situazioni così rare e straordinarie?
«Non solo persone reali ma anche attori e danzatori. Persone che fanno una vita simile a quella di tanti altri, li abbiamo incontrati grazie ai nostri incontri laboratoriali, dal 2010 fino ad ora. Quello che vedrete è il nostro primo spettacolo, ne abbiamo creati altri 5, ognuno su un tema differente».

Tra gli attori c'è un'ex prostituta che ora è consulente in una Onlus. Parliamo di trasformazioni su più livelli che dimostrano come tutti possiamo diventare ciò che desideriamo. Tu hai detto che è necessario esplorare il contrario di qualcosa per poterlo definire. Quanto è importante esplorare il contrario di se stessi per diventare ciò che siamo realmente? E' questo che cerchi di fare nei tuoi laboratori teatrali?
«Non si tratta di semplice ricerca della felicità, non è una scelta ma una strada obbligata: la persona si ritrova in un corpo che non coincide con la sua anima e questo causa grande sofferenza. Posso dirti che toccando altre strade, storie e vite contribuisci a definire te stesso, è evidente nel percorso di qualunque attore. Quando interpreti l’ ‘altro’, questo ti riporta alla tua definizione, capisci dove vorresti e non vorresti andare. Oltre a questo, nei miei laboratori si fa un grande lavoro di perfezionamento tecnico».

Quanto potrebbe essere utile a tutti noi cambiare sesso per un giorno?
«Non saprei dirlo con certezza ma sicuramente esplorare fino in fondo il femmineo ti porterebbe a capire quanto le donne siano represse nella società. Una donna, quando si laurea diventa ‘Dottore’, e perde la sua femminilità. Poi diventa ‘Signora’, e perde la sua autorevolezza. Questo è un tema che abbiamo esplorato nel secondo spettacolo della prima trilogia (‘Variabili umane’ è il primo, ndr) il tema è l’espressione del femminile, che anche negli uomini è vietata. Per capire questo, invece, sarebbe utile calarsi nel ruolo di un bambino di otto anni e osservare quanto l’uomo venga indotto a portare avanti la società, a non piangere mai. Un bambino sviluppa quasi sempre nei primi anni di vita la capacità di essere un genitore, e ciononostante a un maschietto non viene mai messa tra le braccia una bambola da accudire, a una femmina sì. Come se esistessero solo le madri e non i padri».