25 giugno 2018
Aggiornato 21:00
Eventi & Cultura | Apertura d’effetto

Applausi e sala piena per il “Rigoletto” al Verdi

Grande successo per la prima rappresentazione della stagione lirica. Il capolavoro verdiano in un allestimento elegante e irriverente

La prima del Rigoletto al teatro Verdi di Trieste (© Teatro Verdi Trieste)

TRIESTE – Partecipazione massiva e calorosa all’apertura di stagione al Verdi il 25 novembre. In scena il Rigoletto, prima opera della ‘trilogia popolare’ di Giuseppe Verdi completata da ‘Il trovatore’ e ‘La traviata’. Popolare quanto controversa, Rigoletto ha un giullare deforme come protagonista e un antagonista, libertino e stupratore, tra le schiere della nobiltà. Temi che, nel 1850, non potevano che destare le attenzioni della censura asburgica e un’iniziale freddezza nel pubblico, eppure è stata proprio la ‘trilogia’ a portare Verdi verso il successo. E come accade in molti capolavori, la rottura delle regole infrange anche il muro dell’indifferenza: i personaggi sono immersi in conflitti sociali medievali, con una profondità psichica che poco ha da invidiare alla complessità del novecento.
Il gobbo deriso che ordisce scherzi crudeli a danno dei ‘normali’, per poi ricevere indietro la beffa suprema, quella più insostenibile. La figlia Gilda viene sedotta e violentata dal Duca, Rigoletto vuole vendetta e assolda un sicario che, in un gorgo di sfortunate circostanze, uccide la vittima stessa. Poche righe di trama e un tema senza tempo, che avrebbe avuto un nome clinico solo molti decenni dopo: la paranoia. Basta una ‘maledizione’ per gettare nel panico il fragile protagonista che, affannandosi a proteggere la figlia, la chiude fuori dal ‘mondo crudele’, rendendola inerme e inadatta alla sopravvivenza. La profezia che si autorealizza, un concetto teorizzato da sociologi e psicologi appena dopo il 1950.

L’allestimento
La regista Vanessa d'Ayral de Sérignac riprende la messinscena dell’Opéra di Montecarlo (di Jean-Louis Grinda), un allestimento che riduce al minimo la collocazione temporale, eppure ci getta (e senza pietà) in un’angoscia da romanzo gotico. L’interno del palazzo ducale è in legno pallido, la locanda del sicario Sparafucile è una scarna capanna dal sapore tribale. Nonostante la pulizia minimale dei blocchi scenografici, il ‘torbido’ che caratterizza il dramma è delineato dal dinamismo delle luci (di Laurent Castaingt) . Durante ‘caro nome’, assistiamo a ben quattro cambi di luce in pochi minuti, ad indicare che non stiamo ascoltando solo un’aria d’amore, ma l’innescarsi di una condanna che si conclude con la morte (la soprano canta distesa sul ‘cornicione’ del palazzo). È anche il caso del finale, in cui Rigoletto vede spirare la figlia dopo il temporale, in un’alba chiara e implacabile, riflessa da un fiume nero pece.

Scelte registiche
Alcune scelte felici, altre meno, come l’esordio orgiastico alla corte ducale. Costumi sgargianti con richiami ‘fetish’, ma non abbastanza marcati da risultare scandalosi fino in fondo. Comparse in abiti da cortigiane, ma non abbastanza numerose e disinibite da destare scalpore. Neanche un seno nudo che appare per pochi secondi riesce a cancellare l’impressione generale: il regista ha tentato la trasgressione, ma senza osare abbastanza.
Ottima invece la trovata del cambio d’abito di Rigoletto: un lungo intermezzo in cui riecheggia la musica della festa, e le luci (sempre protagoniste) si abbassano. Da quel momento il giullare diventa uomo, lo scherzo finisce e lo spettacolo acquista piena coerenza.
Coerenti anche i rimandi all’epoca e all’ambientazione originaria, come il paravento dipinto a olio, la ricostruzione dei tetti di Mantova e il realismo delle nubi sul fondale. Elementi in armonia con il generale minimalismo high tech, perché collocati su un piano scenico separato e distante dall’azione.

Gli interpreti
Una direzione d’orchestra precisa e dai volumi calibrati, quella di Fabio Maria Carminati, direttore di fama internazionale. Voci che arrivano alle ultime file del loggione, si aprono miracolosamente negli acuti e fanno vibrare le ossa. Caratteristiche di tutti gli interpreti principali, a partire da Rigoletto, Sebastian Catana, dalla recitazione elegante e appasionata, senza eccessi, in linea con regia e scene. Alexandra Kubas-Kruk è stata una Gilda acrobatica, non solo nella tecnica ma in senso letterale: in ‘caro nome’ è riuscita a produrre un vibrato quasi ultrasonico, distesa a bordo del precipizio. E infine l’atteso debutto di Antonino Siragusa nel ruolo del duca di Mantova, sicuro e squillante, una voce che alcuni hanno definito troppo chiara per il ruolo, ma in linea con il principio stesso del personaggio: Verdi ha voluto uno stupratore dalla voce angelica, un contrasto raggelante e, in questa sede, riuscito. Folgoranti gli acuti di Siragusa, anche se nel ‘clou’ atteso da tutti (il ‘pensier’ de ‘La donna è mobile’) l’intonazione non è stata del tutto precisa.
Le imprecisioni, tuttavia, spariscono di fronte a una buona interpretazione, e il visibilio del pubblico (per il Duca e per gli altri due protagonisti) ne è la prova e il giudizio finale: gli spettatori hanno decretato un grande inizio per una stagione da cui ci aspettiamo pari qualità.