20 gennaio 2021
Aggiornato 07:30
Il capolavoro di Čajkovskij

Al Verdi, uno “Schiaccianoci” di luci, ombre e sussurri

Con la regia di Amedeo Amodio e lo storico allestimento di Emanuele Luzzati, la favola di Natale diventa "favola nera", ispirata alle atmosfere di E.T.A. Hoffmann. Ma non mancano le risate in sala, e grandi applausi per i solisti

TRIESTE – Il 14 dicembre al Teatro Verdi, allo spegnersi delle luci, dei giocattoli hanno preso vita. A realizzare il prodigio, il corpo di ballo del Daniele Cipriani Entertainment e l’orchestra diretta da Alessandro Ferrari, che si sono esibiti nello ‘Schiaccianoci’ di Pëtr Il'ič Čajkovskij.
Il balletto natalizio per definizione, ispirato alla novella di E.T.A. Hoffmann, poi riscritta da Alexandre Dumas. Versione edulcorata, quest’ultima, a cui la maggior parte degli allestimenti si rifà, mentre in questo caso si è deciso di riprendere le atmosfere da ‘favola nera’ del racconto originale. I personaggi di Hoffmann, come il dottor Coppelius e Spalanzani, scienziati pazzi ante litteram e costruttori di ‘protoandroidi’ nel tardo ottocento, rivivono nel personaggio di Drosselmeier, che regala giocattoli robot e racconta favole con la lanterna magica. Non solo padrino della bambina protagonista Clara, ma ‘deus ex machina’ del suo mondo di sogno.

Amedeo Amodio ed Emanuele Luzzati
E.T.A. Hoffmann rivive quindi nello ‘Schiaccianoci’ attraverso la regia e coreografia di Amedeo Amodio in combinazione con le scene e i costumi del compianto Emanuele Luzzati, proprio nel decennale della sua dipartita. Palazzi volanti, birilli animati, servizi da tè danzanti (che provocano risate in sala), trovate che sulla carta suonano imbarazzanti ma diventano avanguardia, eleganza e magia grazie al personalissimo stile di Luzzati. Scenografia spesso fatta di pannelli bidimensionali, che anche per questo ricorda molta pittura del novecento, come se Picasso, Grosz e Magritte si fossero accordati per progettare un piccolo luna park, al puro scopo di passare un pomeriggio in allegria.

Giochi di luci e ombre
La storia di un passaggio dolce all’età adulta, in cui la giovane protagonista Clara conosce quello che sarà il suo vero amore passando attraverso i suoi sogni di bambina, incontrerà un ragazzo reale che reincarnerà il suo fiabesco eroe d’infanzia. Una storia sulla ‘proiezione’, quindi, in senso psicanalitico, che diventa anche letterale in questo allestimento: sui fondali vengono infatti ‘proiettate’ delle ombre cinesi, ideate da ‘Teatro Gioco Vita’ e realizzate in questa sede da ‘L’asina sull’Isola’. Espediente scenico che separa diversi piani di finzione e rappresenta la favola dentro la favola, (quella della regina dei topi che trasforma la principessa in un mostro deforme), sagome semoventi che hanno il pregio di ingigantirsi e rimpicciolirsi in un secondo, perfette per inscenare l’incubo di un bambino.

La paura di diventare ‘troppo adulti’
«Le ombre sono inventate da Drosselmeier per dar vita ai sogni – spiega Amodio - alle paure, ai desideri di Clara. Lui è anche il difensore dell’immaginario dei bambini, che troppo spesso gli adulti cercano di annientare. Adulti che assumono aspetti grotteschi, si muovono con gesti esagerati, a volte come giocattoli arrugginiti». E qui diventa emblematica la trovata dei costumi dei nonni: cariatidi fatte di di cartapesta, ‘incorporati’ in poltrone che rimangono incollate al corpo. Questo, non la regina dei topi, è il vero spauracchio: è quello che siamo destinati a diventare se perdiamo di vista il nostro immaginario infantile.

La voce di Gabriella Bartolomei
Impossibile non nominare i solisti principali: Ashely Bouder (Clara), Andrew Veyette (Schiaccianoci), e Valerio Polverari (Drosselmeier), «giovani interpreti di grande freschezza e assoluta precisione», come li ha definiti il sovrintendente Stefano Pace dopo la rappresentazione.
Una nota di merito va anche a Gabriella Bartolomei, la cui voce registrata e distorta accompagna le apparizioni dell’ ‘Uomo dai mille orologi’ (una sorta di cyborg retrofuturistico ripreso dall’universo di Hoffmann) e della regina dei topi. Performance vocali, queste, fatte di sussurri incomprensibili da cui emergono poche parole distinte, allo stesso modo in cui i sogni comunicano grandi verità in un mare di immagini confuse. Sono i messaggi dell’inconscio che, come le ombre della lanterna magica, assumono chiari contorni solo a luci spente.