2 dicembre 2020
Aggiornato 06:31
Giornalismo al vetriolo a “La Contrada”

A Trieste, Marco Travaglio e la sua satira contro "lecchini e cortigiani"

Il direttore de “Il Fatto Quotidiano” al teatro Bobbio con “Slurp”, per la regia di Valerio Binasco e con Giorgia Salari. Nel mirino Giuliano Ferrara, "La Repubblica" e i giornalisti più seguiti (al soldo dei presidenti più influenti) degli ultimi trent’anni

TRIESTE - Una partecipazione da stadio nella platea della Contrada, il 17 dicembre per il récital di Marco Travaglio. Uno stadio in visibilio per la cronaca dello sport più amato dagli italiani: «Il salto sul carro del trionfante» o la «Corsa in soccorso del vincitore».
A parlare è la nostra storia remota: quella di Nerone che partecipava alle corse delle bighe per esibire un sé eroico, che tutti gli sfidanti assecondavano cedendogli la vittoria. E ovviamente la storia recente dell’Istituto Luce, che millantava le virtù sciistiche di un Mussolini a torso nudo nella neve, ma sempre senza gli sci ai piedi.
Come il Duce e l’Imperatore, decantati dai fedelissimi, i politici di oggi vengono incorniciati da un giornalismo che diventa apologia quando assurgono alla carica di presidente. Del Consiglio o della Repubblica, di destra o sinistra, incensurato o corrotto, chiunque salga al potere troverà sempre nella stampa un soffice tappeto di lingue a gustare le briciole della sua gloria.

Giornalismo ‘soft porn’
Travaglio si avvale di un’assistente, non una valletta ma una vera attrice: la romana Giorgia Salari che è stata Maria Elena Boschi (ribattezzata ‘Maria Etruria’) nel precedente tour.
Insieme recitano, come in un dramma radiofonico, le intercettazioni telefoniche tra Berlusconi e Agostino Saccà di Rai Fiction. Interpretano quelle che sembrano vere dichiarazioni d’amore, con una colonna sonora ‘soft porn’, per un Veltroni «vellutato e gelatinoso», per il baffo «erotico e castigato» di D’Alema e un Renzi che incarna l’archetipo del pompiere sexy. Più o meno, lo stesso zucchero bruciato che assaporiamo nelle cronache mussoliniane del Minculpop.

Il paese dei morti viventi
Individui ordinari che si trasformano in eroi, sex symbol, statisti e salvatori della patria grazie alle magiche penne dei giornalisti. Salvatori che quelle stesse penne affossano quando il potere vacilla, pronte a sostenere i nuovi eroi.
Nel mirino di Travaglio finiscono soprattutto ‘La Repubblica’ e ‘Il Foglio’ di Giuliano Ferrara: «Tutti con Berlusconi, poi con Prodi che ci ha salvato da Berlusconi, poi da Berlusconi che ci ha salvato da Prodi, e poi tutti con Monti che ci ha salvato da Berlusconi, e con Letta e Renzi che ci hanno salvato da Monti». Sembra di sentire ‘alla fiera dell’Est’, una filastrocca che scandisce lo spettacolo e ricalca l’eterno ritorno degli stessi personaggi, ora eroi ora mostri nei ritratti degli opinionisti che non solo seguono ma dirigono il balletto, manovrando l’opinione pubblica.
Menzogne grottesche, come le interviste ai confini della realtà: quella col fratello di Ciampi, morto da otto anni, o i genitori di Cossiga, morti da venti.
E poi situazioni che travalicano il galateo del lecchinaggio, secondo cui si dovrebbe mirare a un vantaggio personale, e invece leggiamo un Renato Farina rapito dalla bellezza del cadavere di Andreotti, e Travaglio sbaordito si domanda: «Che favori puoi avere da un cadavere? Lo fai per puro piacere!»

Senza pietà
Il direttore del ‘Fatto quotidiano’ non ha pietà di nessuno, neanche dei cancri alla prostata e delle protesi genitali, neanche della morte, forse perché non cancella le colpe. Non ha probemi a definire Mattarella come un mostro di Frankenstein animato artificialmente e con le funzioni vitali al minimo, perché per la satira non esiste nulla di sacro. Nulla al’infuori della verità, che non va solo mostrata ma esibita, marchiata nella memoria del pubblico al fuoco della risata e del disgusto.
Marco Travaglio non avrebbe questo seguito senza il vero sadismo che lo anima,  e in cui confluisce la rabbia di un pubblico stanco. Stanco di quei grandi statisti (protagonisti di Tangentopoli), di quelle preparatissime professoresse (che hanno azzoppato il welfare), e di quei sex symbol (che hanno rubato loro il futuro). Si parla di morte in continuazione ma la platea è più viva che mai, anche se il motore di quelle risate si chiama amarezza e isteria.
In una nota conclusiva, il giostraio di questa galleria degli orrori butta là un consiglio: «Se volete un giornalismo dove la lingua serve a raccontare e non a leccare, iniziate a ribellarvi su social, e leggete ‘Il fatto quotidiano’. Sì, sono in pieno conflitto di interessi».
Autolecchinaggio (come Mughini che ha inventato uno pseudonimo per intervistare sè stesso) o semplice caduta di stile? Probabilmente nessuna delle due, solo il preciso calcolo di chi ha capito che in questo paese il conflitto d’interessi non fa notizia.