27 maggio 2018
Aggiornato 01:00
Da un grande classico del novecento

Al Rossetti, le stelle sul “Deserto dei Tartari”

Paolo Valerio porta in scena il capolavoro di Dino Buzzati in una rilettura inedita, accompagnato dalle musiche originali di Antonio de Pofi e la voce di Marina la Placa

Una scena da "Il deserto dei Tartari" (© Diario di Trieste)

TRIESTE - Il ‘Deserto dei Tartari’ genera terrore e pesantezza già dal titolo, farne un adattamento teatrale sognante e delicato sembra una sfida insormontabile. Il regista e attore Paolo Valerio ha accettato questa sfida e l’ha vinta, pur interpretando Giovanni Drogo, un personaggio che molta critica letteraria ha definito archetipo del perdente.
Invece lo spettacolo che ha debuttato l’11 gennaio al Rossetti si basa sulla rilettura di Lucia Bellaspiga, che analizza il finale in maniera più profonda e punta il dito su un particolare che ai più sfugge: il romanzo si conclude con un sorriso sotto le stelle.

La trama
Dino Buzzati ha immaginato il ‘Deserto dei Tartari’ mentre lavorava alla redazione di un giornale. Quella «notturna routine» che credeva lo avrebbe consumato fino alla morte, diventa nel romanzo una fortezza isolata, presidiata da militari inattivi ma imprigionati in un tran tran di regole insensate, nell’attesa di un nemico forse immaginario.
Che nemico potrebbe arrivare, da un ‘confine morto’, che dà su un deserto? E nonostante ciò le regole sono ferree, ti obbligano a sparare in pieno petto al tuo migliore amico se non conosce la parola d’ordine. Le regole prendono il sopravvento sulla realtà, arrivano dall’alto e pur di seguirle il protagonista dimentica la famiglia e tutto ciò che sta al di fuori della fortezza, e quello che doveva essere un periodo di prova diventa la sua vita: spesa a prepararsi per una battaglia che arriva solo nel momento della malattia e della morte. Momento in cui viene congedato, e gli viene sottratto anche il fine ultimo della vita.

Tradizione e novità
L’allestimento scenico di Antonio Panzuto riproduce e proietta sullo sfondo i disegni dello stesso Buzzati, le cui tinte non possono che proiettarci negli anni ’60, così come le musiche originali di Antonio de Pofi, eseguite in un duetto di pianoforte e theremin, strumento dal suono siderale che ricorda alcuni proto-sintetizzatori nei film di fantascienza ‘vintage’. Ugualmente siderale la voce di Marina la Placa, che canta oltre a suonare il theremin e interpretare il solo personaggio femminile. Dopo un suo assolo, dal pubblico esplode un applauso spontaneo che costringe uno degli attori a interrompere la battuta.
Le proiezioni di Raffaella Rivi materializzano sul palco tutte le stagioni dell’anno, perfino una nevicata disegnata da Buzzati, il cui tratto gentile colloca il dramma umano in una dimensione di sogno. E poi il telo sullo sfondo (quasi un ‘velo di Maya’) cade a mezz’asta nella battaglia finale, rivelando quello che sembra il vero fondale del teatro, con grate e lampade al neon, e la realtà colpisce il pubblico come uno schiaffo in faccia.

Più attori per un protagonista
Nello spettacolo, Giovanni Drogo viene interpretato in successione da tutti gli interpreti maschili del cast, ogni soldato della fortezza diventa il protagonista nelle diverse fasi del suo percorso, il personaggio muta forma e invecchia senza cambiare trucco e costumi, e alla fine assume lo stesso volto canuto del generale che lo ha accolto nella fortezza, nonché lo stesso narratore della vicenda
Un piccolo miracolo scenografico che chiude il cerchio: Drogo viene accompagnato nel suo percorso dal suo sé invecchiato. Una fantasia che è stata esplorata, ancora una volta, in molti film di fantascienza: il doppio dal futuro che viene a impedirci di commettere errori, e quale errore peggiore di una vita sprecata? Decenni di attesa per eseguire ordini senza logica, per qualcosa che mai arriverà, o arriverà troppo tardi.
Eppure il capolavoro di Buzzati non si ferma alla critica della società moderna, con le sue scadenze alienanti e la perdita dell’identità, ‘Il deserto dei Tartari’ è anche un romanzo sulle potenzialità dell’uomo e sulla sua capacità di riscattarsi, anche all’ultimo secondo.

Un finale differente
La morte troverà Giovanni Drogo sorridente, riconciliato, pronto ad affrontarla dopo aver ritrovato la lucidità, alla fine libero dall’aspettativa che era stata la sua catena.
Al termine della rappresentazione, un velo di stelle cala sulla scena (e si accendono in un magico eco quelle sul soffitto del Rossetti). Al centro del palco vediamo levitare una poltrona vuota, simbolo della traccia lasciata dall’uomo, oggetto feticcio in molti disegni di Buzzati, che ne dipinse una poco prima di morire.
E mentre una poltrona viene assunta in cielo, in sala si sparge un senso di leggerezza, che ci si accorge di aver respirato fin dall’inizio, in perfetta continuità.