16 dicembre 2019
Aggiornato 11:30
Il capolavoro di Mozart

“Il flauto magico” al Verdi: opera o musical?

Valentina Carrasco ambienta la vicenda in una casa giocattolo degli anni ’60, e propone una regia dinamica e riferimenti alla cultura pop
Una scena de "Il flauto magico"
Una scena de "Il flauto magico"

TRIESTE - E se fossimo tutte bambole nelle mani di un grosso bambino capriccioso? In molti se lo saranno chiesto dopo la prima de «Il flauto magico» di Mozart al Verdi il 14 gennaio. Un’opera dalle mille anime, una favola per ragazzi con melodie popolari, ma anche una bibbia esoterica cifrata. Dei egizi e riferimenti massonici da un lato, draghi e fate dall’altro, un testo che spesso obbliga i registi a scegliere tra sacro e profano, tra ieratico minimalismo e ambientazioni ‘fantasy’.

La regia
La giovane regista argentina Valentina Carrasco ha trovato il modo di unire serio e faceto immaginando gli dei come bambini, e i personaggi come le loro bambole. Un’azione dislocata su due piani: nel proscenio i ragazzini coi pupazzi, sul palcoscenico i personaggi che li rappresentano, muovendosi sotto il controllo delle corrispettive bambole. Quasi un rituale vudù, giocattoli che vengono anche torturati da questi infanti «irrazionali, amorali e innocenti» come il Dio bambino di Nietzsche.
Tutto avviene nella gigantesca riproduzione di una casa di bambola con arredi anni ’60. «L’idea mi è venuta immaginando i colori pastello dei giocattoli, e mi è venuto in mente quel design dei primi decenni del dopoguerra – spiega la regista - Una casa di Barbie o un modellino vittoriano non mi interessavano: volevo un’ambientazione che suggerisse al contempo innocenza ed eleganza, e per questo mi sono ispirata ai film di Wes Anderson (‘Grand Budapest Hotel’ e ‘Il treno per Darjeeling’, ndr)». Spunti di ultima generazione per un tema millenario: il conflitto e la sintesi tra opposti, sole e luna, fuoco e acqua, maschile e femminile.

La guerra tra i sessi
La trama è un dramma familiare di affidamento conteso: il Re del Sole muore, e lascia la figlia Pamina da sola con la moglie, la Regina della notte. Ma prima di morire, il re lascia il potere all’amico Sarastro, che decide di sottrarre la ragazza alla madre, poichè un’educazione femminile («oscura e irrazionale») la fuorvierebbe dal suo reale destino. Un potere maschile e autoritario da un lato, un’entità femmina, subdola e rancorosa dall’altra.
In questo allestimento la guerra dei sessi diventa stereotipo: i tre genietti servi di Sarastro sono bambolotti caricati a manovella, travestiti da ranger e cow boy, e la Regina è una madre possessivo-seduttiva che strilla al telefono il celebre anatema (‘Der Hoelle Rache’) dall’interno di una cabina. Interviene poi la ‘Polizia femminista di Trieste’, che non è solo un ammiccamento al pubblico (uno dei tanti), ma sdrammatizza il pregiudizio sul maschilismo di Mozart, che nelle lettere alla moglie dimostrava grande sensibilità e rispetto per l’altro sesso.

Caos o postmoderno?
Un calderone di riferimenti disparati, dove i simboli massonici hanno la stessa dignità delle icone pop, la squadra e il compasso finiscono nello stesso ‘baule dei giocattoli’ assieme a Superman (che appare in un paio di scene) e gli omini dei Lego (il seguito di Sarastro).
Un caotico sacrilegio per alcuni abbonati di vecchia data, che forse dimenticano la stessa natura composita del ‘Flauto magico’: una mistura di musica massonica, canzone popolare, ‘singspiel’ e fioriture barocche, un collage che invita alla stessa tavola il popolano e l’accademico, il passato e il presente dell’epoca, e ben si sposa con un allestimento ‘postmoderno’.
La coerenza si ritrova anche nel finale, in cui tutti rendono grazia a Iside e Osiride: i due bambini che si ‘rivelano’ ai loro giocattoli in una luce dorata.

Il cast
Gli applausi più calorosi sono andati ai caratteristi: Peter Kellner nella parte di Papageno, e il comprimario Monostato (Motoharu Takei). Le doti da attori brillanti hanno messo in sordina le parti drammatiche come Tamino (Merto Sungu), e la stessa Regina della Notte, Katharina Melnikova, indiscutibilmente all’altezza ma un po’sotto sforzo durante i virtuosismi dell’aria più popolare. Acclamata anche l’intensa Pamina di Elena Galitskaya, talento incontestabile di vocalità e interpretazione. Un cast molto giovane che ha affrontato (e superato) prove attoriali non da poco, in una regia dinamica, punteggiata da controscene e gag comiche, che hanno scandito e condito la partitura senza snaturarla.
Una nota di merito va anche al ‘light designer’ Peter van Praet e ai suoi complessi giochi di ombre, oltre alle citate scene di Carles Berga e i costumi di Nidia Tusal.

Partecipazione da musical
Va detto che alcuni elementi, come lo stesso Superman, i rimandi alla città di Trieste e una citazione di Mina ("parole, parole, parole"), risultano fuori contesto e al limite del lezioso, come a volersi accattivare il pubblico a tutti i costi. Il punto è che buona parte del pubblico ha risposto bene,  una partecipazione da musical o da concerto rock.
Di fronte a queste reazioni, di questi tempi, l’accademismo della critica non deve certo tacere, ma quanto meno fare un passo indietro. Solo per soffermarsi a guardare l’entusiasmo della gente, in un teatro lirico a Trieste, durante una gelida sera di gennaio.