26 agosto 2019
Aggiornato 11:30
Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla, contro i disturbi alimentari

La storia di Elisa e della sua “amica-nemica Anoressia”

“Un’esperienza vissuta, positiva o negativa che sia, non ha motivo di essere stata attraversata se poi non riesce a trasformarsi in potenzialità da sfruttare a proprio vantaggio, nonché in un aiuto utile al prossimo”
La storia di Elisa e della sua “amica-nemica Anoressia”
La storia di Elisa e della sua “amica-nemica Anoressia”

TRIESTE - C’era una volta… iniziano così le favole, no? Bè oggi noi non vi raccontiamo una fiaba, ma una storia vera, una storia fatta di coraggio e determinazione, la storia di una giovane donna che oggi sorride al suo futuro con lo stesso coraggio e la stessa determinazione con cui ha affrontato un periodo decisamente non semplice. Perché, come lei stessa dice: «Un’esperienza vissuta, positiva o negativa che sia, non ha motivo di essere stata attraversata se poi non riesce a trasformarsi in potenzialità da sfruttare a proprio vantaggio, nonché in un aiuto utile al prossimo». Non male vero? Soprattutto se pensate che Elisa ha solo 20 anni. Ne parliamo proprio il 15 marzo perché si tratta di un giorno speciale: la Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla, contro i disturbi alimentari. Un argomento di cui «non si parla molto. – spiega Elisa, che ha vissuto l’anoressia sulla sua pelle -  Da un lato perché si cerca di nascondere o evitare il problema, dall’altro perché tante volte c’è lo stereotipo della ragazza anoressica, o bulimica, che è solo una fissata con il suo aspetto». Il disturbo che lei stessa ha vissuto è spesso visto, a suo avviso, «come una cosa che ‘vai a cercarti’».

Anoressia: amica-nemica
La storia di Elisa con la sua «amica-nemica Anoressia» inizia quando aveva solo 15 anni. I motivi? Molti e diversi. Sta di fatto che «ho iniziato a provare questa avversione per il cibo». Solo dopo ha capito che «era solo una valvola di sfogo». Ma all’inizio comprendere non è stato semplice: «Non è facile da accettare». A chi cercava di aprirle gli occhi lei rispondeva: «Lasciatemi stare, cosa mi assillate, io sto bene!». Un problema che «cerchi di negare a te e altri». Si perché come Elisa racconta: «Guardandomi allo specchio non mi vedevo male». Fino a quando «il numero sulla bilancia ha iniziato a calare sempre di più».

Gli affetti, la danza, il disegno
E poi la fortuna, la saggezza, il destino (chi può dirlo) di quell’«attimo di lucidità» e quella «voglia di riscatto. Di essere più forte e migliore della persona che ero in quel momento. Di far vedere che non ero una debole». Certamente è stata fondamentale la vicinanza di chi le voleva bene. Ma gli affetti non sono stati gli unici ingredienti: «Sì, ho permesso alla mia Me Peggiore di prendere il sopravvento e di condurre alla deriva la nave della mia vita – si legge in un inciso del libro che Elisa ha scritto - , ma grazie alla danza, al disegno e alle persone care rimaste a sostenermi in ogni momento, ho trovato la Forza di guardare in faccia la realtà e di dire basta, e sono tornata a credere in me». Infatti «tra le cose principali che mi hanno fatto migliorare c’è stata la danza. La pratico dall’età di 5 anni e nel periodo in cui stavo male, - racconta – i medici mi avevano detto di non fare attività fisica perché se mi muovevo più del dovuto avrei potuto perdere ancor più peso». Un po’ come perdere un pezzetto, per lei: «Volevo di nuovo stare bene per riprendere danza» che, precisa, «pratico tutt’ora». Proprio in quel periodo di riposo forzato è emersa una nuova passione, quella per il disegno: «È stato un rifugio. Mi mettevo a disegnare e nel vedere un risultato che mi piaceva, stavo bene, sentivo di valere ancora qualcosa».

L'amore per la scrittura
Ma le potenzialità di Elisa non finiscono qui. Perché finito il liceo, «mi sono messa a scrivere (mi è sempre piaciuto). Ho visto che così guardavo il problema da un altro punto di vista». Era come se riuscisse a uscire da sé e osservare quello che accadeva come fosse una persona esterna, in modo più oggettivo. Ed è così che ha preso forma ‘Il Peso della Leggerezza’, un libro (Aletti, 2016) che già dal titolo dice molto: «Può avere una molteplice lettura. – spiega Elisa - Essere leggeri, fisicamente, dopo diventa un peso morale. Allo stesso modo, indica la difficoltà di prendere le cose con leggerezza. Ma c’è anche chi, nel leggere il libro, mi ha detto che nel mio piccolo sono riuscita a rendere leggero un argomento pesante».

Parlare, parlare, parlare
Insomma, scrivendo, questa 20 enne ha capito «molte più cose. E poi – confida - volevo poter aiutare chi come me aveva ha sofferto di anoressia, ma non solo». Elisa ha compreso una cosa molto semplice da dire, probabilmente facile anche da intuire, ma difficilissima da fare: parlare. «È molto importante, perché se non si parla, non si riesce a tirar fuori la vera persona che si è e, soprattutto, essere aiutati». Insieme a questo, un consiglio che Elisa si è sentita di dare, per quanto sia «sempre difficile dare consigli», è che «bisogna imparare a rispettarsi, a rispettare il proprio corpo e non lasciarsi vincere dalla parte peggiore di sé».