18 novembre 2018
Aggiornato 15:00

Niente bandiere titine il Primo Maggio a Trieste: gli Esuli ringraziano

L’amministrazione comunale di Trieste si è preventivamente schierata contro la presenza durante il corteo del Primo maggio di simboli legati all’occupazione titina cominciata il Primo maggio 1945 e durata Quaranta giorni

TRIESTE - No alle bandiere titine durante la Festa del Lavoro. L’amministrazione comunale di Trieste ha preso una posizione netta e si è preventivamente schierata contro la presenza durante il corteo del Primo maggio di simboli legati all’occupazione titina cominciata il Primo maggio 1945 appunto e durata Quaranta terribili giorni. «La sacrosanta festa dei lavoratori è stata, infatti, inquinata troppe volte dalla presenza di vessilli, bandiere, simboli e slogan che ben poco avevano a che fare con la tutela del lavoro e dei diritti dei lavoratori, poiché rimandavano invece all’inizio di quelle giornate in cui i partigiani di Tito conquistarono Trieste e, grazie alle quinte colonne comuniste italiane e slovene presenti nel capoluogo giuliano, iniziarono a perseguitare, processare sommariamente, deportare ed uccidere non solo gli ex fascisti ma anche e soprattutto quanti si opponevano al progetto annessionista jugoslavo» ha commentato Renzo Codarin, presidente nazionale e del Comitato provinciale di Trieste dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.

La storia
La Liberazione di Trieste avvenne in ritardo rispetto al 25 aprile 1945, che contraddistinse l’insurrezione dell’Alta Italia, ma fu il 30 aprile 1945 la giornata che segnò, grazie al Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste, ai Volontari della Libertà ed all’azione di comando di Don Marzari, da poco fatto evadere dalle carceri naziste, la liberazione del capoluogo giuliano, attuata dalla sinergia dei partiti antifascisti, democratici e patriottici. «Chi giunse l’indomani in città, anticipando di poche ore l’arrivo degli anglo-americani, si comportò nuovamente da occupante, iniziando una persecuzione mirata nei confronti degli esponenti di spicco dell’italianità locale e analoghe violenze si sarebbero consumate a Gorizia, Fiume, Pola ed in tutta l’Istria - continua - Tutto ciò che si può ricollegare a quelle tristi pagine di storia patria è un’offesa nei confronti dei triestini, con particolare riferimento a chi ebbe lutti e sofferenze in famiglia e a chi fa parte della nutrita comunità degli esuli istriani, fiumani e dalmati, giunti a Trieste proprio per fuggire al clima del terrore che il regime jugoslavo andava consolidando nelle terre conquistate all’Italia».