12 dicembre 2018
Aggiornato 15:00

Scuole a Trieste, Serracchiani si appella al sindaco e interroga il ministro Fontana

La parlamentare del Pd ha depositato un'interrogazione urgente al ministro Fontana
Scuole, Serracchiani si appella al sindaco e interroga il ministro Fontana
Scuole, Serracchiani si appella al sindaco e interroga il ministro Fontana (RFvg)

TRIESTE - «Il sindaco e l’intera giunta si fermino, cambino l'infausta decisione di modificare il regolamento delle scuole comunali. Hanno tutti contro, non solo noi dell’opposizione, non solo il mondo culturale e scientifico della città ma anche i rioni dove siede la stessa maggioranza politica che regge il comune. Il sindaco ha il polso della città e dovrebbe sapere che qui non c'è un'ipotetica èlite che parla dai salotti, ma è il sentire di una popolazione che non si fa guidare da nessuna ideologia. Il centrodestra riprenda in mano qualche elenco telefonico di Trieste e riscopra di quante genti è fatta questa straordinaria città». Così Debora Serracchiani, presentando al ministro dell’Istruzione e della Famiglia una interrogazione urgente con la quale chiede al governo se, «ravvisata la palese violazione degli articoli 2 e 3 della Costituzione, quali iniziative intenda assumere affinché sia assicurato a tutti i bambini il diritto allo studio e alla formazione».

Al ministro Fontana, Serracchiani chiede di «evitare il pericoloso trauma della discriminazione precoce e di offrire viceversa a questi bambini una armoniosa e progressiva integrazione perchè la loro presenza rappresenta un ulteriore stimolo e occasione di crescita pedagogica per tutti». Per Serracchiani «è una mossa che alza steccati artificiali, di cui non si sentiva alcun bisogno, soprattutto a Trieste e ancor di più nelle scuole per l'infanzia dove l'aspetto cognitivo viene molto dopo quello pedagogico».

La parlamentare del Pd ricorda inoltre a Fontana che la proposta di modifica del regolamento avanzata dall’assessore Brandi è una «decisione quanto mai controversa, considerato che introdurre una quota, in questo caso del 30 per cento quale tetto massimo di 'bambini di cittadinanza non italiana' nelle classi per l’infanzia non solo è una decisione discriminante nei confronti dei bambini stranieri, peraltro la maggior parte nati sul territorio italiano, ed è contraria agli articoli 2 e 3 della Costituzione, ma essa risulta essere anche non conforme con quanto prevede il Dpr n.394/1999 che all’art.45 stabilisce che la ripartizione degli alunni stranieri nelle classi semplicemente non superi quella degli italiani, ossia non vada oltre il 50%».