23 aprile 2019
Aggiornato 04:00
Teatro

Transizioni sul ‘68, Scerbanenco e «quei» ragazzi

Il  Teatro Linguaggicreativi porta in scena il pluripremiato I Ragazzi del Massacro
Transizioni sul ‘68, Scerbanenco e 'quei' ragazzi
Transizioni sul ‘68, Scerbanenco e 'quei' ragazzi

TRIESTE - Scerbanenco è il giallo. Scerbanenco e il giallo. Scerbanenco è Milano con la nebbia. Scerbanenco e Milano con la nebbia. Sporca, brutta, cattiva, cinica, senza pietà. Scerbanenco e la società. Poi Scerbanenco a Lignano. Poi anche dei film, ed uno orribile dove i milanesi ammazzavano nel fine settimana con la colonna sonora di Mina, una perla. Inedita.

Sottofondo della Vanoni ne I Ragazzi del Massacro, fuori abbonamento in quel di Maniago e Monfalcone. Il tutto che ti germoglia in un un mood pre-121: così si parte con il tipico dualismo del poliziottesco dove l’agente progressista e quello conservatore si affrontano sui metodi: comprensione e apertura o repressione e controllo? Oppure il confronto è un altro: estrazione borghese versus estrazione proletaria? That’s ‘68. Suggestioni, visioni, fantascienza di mezzo secolo fa: anni rivoluzionari dove si provava a smontare granitici valori socioculturali, mettere a nudo tabù: disagio, ribellione, mal di vivere che passano in maniera esplicita e a vampe implicita in una trama piuttosto fedele al romanzo.

E’ un teatro per officina, non vi è spazio (percepito) tra pubblico ed attore, totale empatia, completa immedesimazione. Performance per piccoli centri, informali, sessantottini si diceva. C’era una volta il teatro d’assemblea. Il fascino dell’inattualità - se mi si passa il termine - l’accento sulle dinamiche di relazione e su temi quasi obsoleti. Io, personalmente, subisco il fascino dell’anacronismo. E soprattutto quello della bravura.

Gli attori: Stefano Annoni, Diego Paul Galtieri e Federica Gelosa a far girare una decina di personaggi senza pausa, con lento dinamismo, in moto perpetuo, puntando all’essenziale e tenendo la scena con tutti gli aspetti di carattere organizzativo che diventano +fighi +cool +esaltanti della recitazione in sé. 

Cambiarsi sul palco in diretta - no backstage - continuando a recitare, essere sempre sul pezzo. Transizioni tra un personaggio e l’altro i momenti più forti, che ti arrivano botte al plesso solare; mettersi a nudo per interpretare l’accusato, interrogato con metodi spiccioli e poi rivestirsi per esser nuovamente l’autorità. Occhiali scuri ed una pelliccia dozzinale per la puttana fatalista, un tubino bianco ed ecco la maestra sognatrice. Giochi di luci home-made, una gibson che intercala un improbabile blues meneghino, luci, ombre, specchi, rabbia, frustrazione, sporco, vittime, carnefici. Un omicidio catartico, liberatorio. Sincronizzazione all’unisono.

C’è anche tempo per un’altra gradita citazione di 'casa nostra', quell’ 'io vi odio' di PPP. Attuale, attualissimo. Almeno per il sottoscritto.

Così la notizia è che si può fare dell’ottimo teatro sociale anche senza parlare di migranti, fenomeno che - piaccia o meno, e da qualsiasi parte lo si voglia interpretare - è totalmente mainstream.  Niente campo profughi, zero barconi. L’integrazione di cui si parla è un’altra, forse. Old-school, proprio come una volta. Prostitute, invertiti (la parola gay non esisteva), sfortunati, papponi, minori in carcere un giorno si e l’altro forse.

«Che se la veda lo spettatore - al quale viene somministrata la realtà dei fatti a piccole dosi, poco per volta. Ma la realtà, l'orribile nera realtà c'è da sempre, è sempre quella e continuerà ad essere quella dopo che il teatrino del bene avrà chiuso il sipario»
That’s Scerbanenco. Fedele, si diceva. Essenziale, breve. Che non ti fa il pistolotto finale e  la morale te la trovi tu. Se vuoi. Altrimenti a casa c’è la televisione. E un vero privilegio esserci.