26 agosto 2019
Aggiornato 09:00
Musica

Sregolatezza e talento : Fresu e la sua versione di Chet Baker

Si chiude la tournée nazionale di “Tempo di Chet” al Teatro Comunale di Monfalcone, giovedì 28 febbraio
Sregolatezza e talento : Fresu e la sua versione di Chet Baker
Sregolatezza e talento : Fresu e la sua versione di Chet Baker

MONFALCONE - «Ma non chiedermi perché». E’ così che Alessandro Averone decisamente in parte ci introduce un Chet Baker più decadente che mai.
 «Ci sono cose che ti definiscono anche se non ti appartengono" quando parla di Valentine, abbreviazione dello standard My funny Valentine, una delle perle di un repertorio infinito.


Sfilano per un’ora e mezza abbondante i fantasmi della vita di Chet Baker, uno dei jazzisti più discussi, controversi ed amati della storia. Come in un processo esistenziale sfilano sul banco degli imputati strumentisti, arrangiatori, produttori, genitori, mogli, amici, amanti che hanno decretato fama ed infamia di una vita sul perenne orlo del baratro.

In una scenografia in due sequenze con salottino piano-bar e soppalco per musicisti lo sguardo insofferente da eterna emicrania post-sbornia del protagonista la fa da padrone. Quell’espressione che porti a casa con te, indimenticabile, a suggerire che il male di vivere si possa curare solo con la musica. E non sempre. 

Episodi di biografia in salsa West Coast, from Oklahoma to Frisco.
Quei soprannomi, inequivocabili: Cavallo Pazzo, James Dean. Quella del padre - venerazione per il jazz dell’età dell’oro - è la prima intervista. Estraneità continua nella presenza, le musiche del trio Fresu-Rubino-Bardoscia dipingono una perfetta colonna sonora da taglio documentaristico. Soundtrack per una vita da romanzo, se quel romanzo non fosse un qualcosa di molto simile all’Apocalisse: le marce nell’esercito, il manicomio militare e The Star-Spangled Banner disturbato e sporco in sottofondo.

E la grandezza di Paolo Fresu - solista al servizio del progetto - come solo i grandi, in un format azzeccatissimo che a tratti pecca nel voler esser un po’ troppo didascalico.

Sfilano i mostri sacri. Il Nostro, in giubbotto e scarpe di pelle di squisita fattura artigianale incontra Charlie Parker in completo gessato nero.


«Bird, quanto costa la liberta?». è una delle tante domande che cadranno nel vuoto, come un’ultima nota in sospensione.

Un bianco che sa suonare il jazz! Appariva fantascienza in quegli anni.
The phone rings, it’s Mr Mulligan, Gerry Mulligan. Affiatamento e contrasti; il talento e il primo prototipo di musicista-arrangiatore-manager. L’idolatria per Miles. Fiumi di droga. Ancora aforismi scolpiti in chiave di violino: «Se sei il nulla suoni il nulla!». Talento dal ghigno schifato di chi sa sempre una battuta di più. La complementarità con il suo pianista, i sensi di colpa per la morte dello stesso in overdose. Storie di vita vissuta che i ragazzi di PPP sono dei principianti. Matrimoni e figli quasi senza rendersene conto, tra un’improvvisazione e un’altra. Il carcere, un tumbler di whisky fisso sulla parallela.

Un’immagine «sbagliata» per forza, volta a trascinare nel fango il sogno americano. Segue esilio quasi forzato in Europa, nuova casa che lo accoglie a braccia aperte.

Ma la storia non cambia: talento, sregolatezza, alcool, retate, tromba, debiti. Niente di nuovo.
Smorfie alla Renato Vallanzasca per «una polizia che è uguale dappertutto" .

Gli acuti di flicorno di Fresu. Colpire il sistema dal di fuori. Essere un rivoluzionario suo malgrado, distrattamente.

Di nuovo USA, uno spacciatore gli fa spaccare tutti i denti per uno sgarro. La seconda vita di CB, ma che fondamentalmente rimane uguale alla prima tra alti e bassi, bassissimi. L’ultimo volo, definitivo. L’incapacità di creare, il Re Mida dell’interpretazione. Un borderline con la tromba di Dio, e del Diavolo. «Improvvisare è confondersi con il mondo». 
Ma non chiedetemi perché.