8 dicembre 2019
Aggiornato 04:30
Eventi

Grado Jazz, buona la prima!

Dieci mila presenze totali: grande successo per Velliscig & co.
Grado Jazz, buona la prima!
Grado Jazz, buona la prima!

GRADO - La triplice batteria schizzata dal ventunesimo secolo dei King Crimson, l’eleganza di Paolo Fresu, tutti in piedi per Amaro Freitas, performance cervellotica di Gonzalo Rubalcaba, bomba nuyorkese Snarky Puppy. Cioè - che dire - meglio di così?!

Flashback - interno giorno - Angolo della Musica di Udine - aprile dello scorso anno:  Giancarlo Velliscig, il boss di Euritmica, congela la stampa locale e non con un perentorio «porto via Udin&Jazz da Udine!" Panico in sala. Polemiche (infinite) a seguire. Un tuffo nel vuoto, pensi; un azzardo, probabile. La fine di una manifestazione straordinaria, è possibile.

La destinazione è Grado: un programma da far invidia ai migliori festival nazionali (e questa non è una novità), organizzazione impeccabile visto il meteo sempre variabile. Totale: diecimila presenze. E siccome i numeri non mentono, ha vinto Lui.  Chapeau!

La chitarra ormai eterea (perché già eterna lo era già) di Robert Fripp nella piazza di Palmanova, la classe tanguera del Quinteto Porteno. Paolo Fresu, distillato di armonia sull’altare di Chet Baker. E nella serata promozionale ad ingresso free succede che - tra tanti big - il più applaudito, il più ricercato, quello che lascerà il segno in quest’edizione di GJ, sarà la sorpresa Amaro Freitas (nella foto) che incanta la platea lasciando di stucco un pubblico dal palato decisamente attento.

Grado Jazz non è ancora un festival, per motivi anagrafici non ha ancora l’anima del festival. Ma lo diventerà. Il festival lo fa il pubblico, la città ospitante, le istituzioni, ed anche i musicisti. Quelli che sanno spendersi anche umanamente. Ecco i Licaones di Bearzatti e Ottolini che incendiano il palco con le loro sonorità ammiccanti l’easy listening dei 60’s: manca solo che esca Barbara Bouchet e siamo dentro ad un b-movie dell’epoca! Divertimento e stile ad aprire la strada a Gonzalo Rubalcaba, attesissimo. Cubano che pare suonare il pianoforte con l’aria condizionata al massimo, poca salsa e tanto - tantissimo - studio.

Parentesi blues, il Parco delle Rose pare trasformarsi in un moto raduno e i vini del Castello di Rubbia lasciano spazio per una sera a fiumi di birra. Robben Ford, la chitarra californiana per eccellenza, taglia come il burro il cuore della spiaggia della Mitteleuropa. Prima di lui Jimi Barbiani, ci dà - ma ci dà veramente di brutto! - per la gioia del parterre.

Goccioloni di pioggia cadono incessanti sul Parco delle Rose per la serata conclusiva: sul piccolo palco all'aperto che avrebbe dovuto ospitare il concerto d'apertura della serata, ovvero quello dei nostrani Maistah Aphrica, gli strumenti sono avvolti da teli impermeabili. «È una performance dell'artista Christo, in vacanza a Grado" scherza il batterista del gruppo, per stemperare un po' la tensione e ingannare l'attesa di una schiarita che non arriverà mai. È un vero peccato per i Maistah non potersi esibire: già amatissimi nel circuito underground, avrebbero goduto di un pubblico d'eccezione, accorso per sentire il gruppo principale della serata: gli Snarky Puppy nella prima data italiana del loro tour «Immigrance». Alle ore ventidue ecco salire sul main stage la band statunitense: un notevole spiegamento di strumenti (batteria, percussioni, organo hammond, due tastiere, chitarra, basso, due trombe, sax) fa presagire l'ondata sonora che di lì a poco ci travolgerà. E si parte: poggiata sulle granitiche fondamenta del poderoso drumming (a ribadirne l'importanza, un assolo a pochi minuti dall'inizio), la musica degli Snarky si sviluppa per stratificazioni: il dilagare di tastiere funky rimanda a sonorità anni Ottanta, ma quando si apre uno squarcio e le trombe riescono a farsi spazio nella trama di questo tappeto sonoro a volte indistinto - il jazz più raffinato emerge e spacca! Ma Michael League, bassista e leader, preferisce far filare via il grosso del concerto lungo i binari rodati della tradizione con il nume tutelare del Miles Davis di Tutu a vegliare sulla serata. 

Nate Chinen del New York Times’ ha affermato: «take them for what they are, rather than judge them for what they’re not», e noi ci atteniamo alle disposizioni, consapevoli di essere di fronte a musicisti di estrema bravura, dai quali non vediamo l'ora di farci stupire. Magari la prossima volta. Magari a Grado Jazz 2020. O 2021. Oppure 2022 (to be continued).