17 novembre 2019
Aggiornato 03:00
Musica

Il giorno in cui Cormons incoronò King Shabaka

Il Jazz & Wine of Peace Festival tributa un’ovazione al re incontrastato della 22^ edizione
Il giorno in cui Cormons incoronò King Shabaka
Il giorno in cui Cormons incoronò King Shabaka

CORMONS - Nella giornata dedicata alla british-jazz explosion una performance rimarrà indelebilmente scolpita nella mente e nei cuori dei partecipanti, ovvero quella di Shabaka Hutchings. Ma andiamo con ordine: pre-opening act con itinerario nord a Gradisc’iutta starring Binker Golding ed itinerario sud con gli eroi locali Giorgio Pacorig e Clarissa Durizzotto che scaldano le polveri in quel di Angoris. Già perchè non è solo la giornata della Union Jack ma anche quella di sua maestà il sax!

E per rimanere sul pezzo ad orario aperitivo è di scena Nubya Garcia from Camden Town, icona della scena londinese. A celebrare le origini caraibiche si parte su base dub ed un piano Fender che ammicca ed al contempo scandisce le frasi di una suite dove la Nostra lascia grande spazio ai compagni di viaggio, ma ancor più all'atmosfera. Great vibes! Piani e forti dosati sapientemente come i vini benedetti di queste zone, loop che intercalano in un senso universale di peace; un sassofono delicato, franco, pulito e mai invadente - mai sopra le righe è la cifra stilistica della proposta sorridente di Nubya. Il rituale dell’assolo di ogni musicista che non sconfina mai nel patetico e le casse imballate di sauvignon, merlot e friulano che prima di portare gioia all over the world adempiono anche a funzione di insonorizzazione. Il buono a servizio dell’utile. E del bello. Performance lineare, affidabile, effervescente e a conduzione molto sicura che è azzeccato preludio alla «bomba» della serata cormonese.

Anticipata dagli Artrobius a Claudine, con quella musica prog in diretta dall’epoca che fu (ma che fa ancora scuola!), in un teatro comunale strapieno va di scena la «colonna sonora di una festa in un mondo che sta per finire» del supergruppo The Comet is Coming, all’anagrafe l’elettronica di Dan Leavers, il drumming di Max Hallet e il sax di Shabaka Hutchings. Per quest’ultima apocalittica festa il trio spara mitragliate di watt praticamente su tutti i generi possibili ed immaginabili del globo terracqueo. Così la platea sobria di McLaughlin, Frisell, Holland e soci si trasforma immediatamente in un techno dancefloor che ti lascia a bocca aperta. Detonazione devastante da club rock di Bristol, senza pietà con la cassa sulle palpitazioni ventricolari. Cattiveria di periferia con immagini che richiamano cemento cemento ed ancora cemento piuttosto che dolci colline con vigneti. Ma va benissimo proprio così! Intro ipnotica che ricorda i migliori Tangerine Dream e poi Shabaka azzanna il sax, aggredisce il pezzo e non gli lascia scampo. Stessa sorte tocca all’ascoltatore, suddito di cotanta potenza propulsiva. E quei loop interminabili, efficaci, diretti, effettati sono sbarre sonore di una prigione nella quale ringrazi di esser stato rinchiuso!

Dicevamo techno e poi ancora metal free-jazz electro idm punk. E poi ancora, ancora. Picchia duro il trio in particolar modo su un rockabilly distopico e nebbioso di rara intensità. Momento tropical: Shabaka è Re incontrastato del palco. Movenze, carisma, fascino ma soprattutto - presenza - come non vedevo da tempo. E il suo totale controllo ti fa rivalutare il concetto di monarchia. Ancora generi che ruotano, così come le braccia, le gambe, le teste, i pensieri, le visioni degli spettatori che ormai hanno abbandonato il posto a sedere in virtù di una festa dove tutti incontrano tutti. Reggae decadente last night on earth, un attimo dopo disagio suburbia londinese, poi passaggio onirico yes we can. Il tutto completamente collegato, totalmente naturale, assolutamente stiloso. Afro a mitraglia sintetica in chiusura, tentacoli di Ozric con sax on stage dagli anelli di Saturno; stacchi house, iniezioni new-age. Ma ci sarà vita su Marte? Tutto, ancor di più. Shabaka is music! Qualche tempo fa girava il dogma «it began in Africa»: per SH ed i suoi invece l’Africa è dove tutto finisce. Un buco nero musicale dell’eterno ritorno. «Fuck brexit», just a little demagogico sui titoli di coda, su passaggi remembering Bladerunner. Ed ora alzi la mano chi si ricorda il teatro di Cormons così: una bolgia con la gente in piedi, a ballare, saltare, urlare, in un clima di fantastica anarchia musicale: veramente la fine del mondo! Che poi, se il mondo dovesse finire proprio in questo modo - a pensarci bene - non sarebbe poi neanche tanto male... The Comet is Coming: concerto dell’anno!