29 settembre 2020
Aggiornato 06:30
Teatro

Simenon veste l’animo umano, in eros e noir

Straordinario successo per la due giorni al Teatro Comunale con la pièce tratta dal romanzo del più famoso tra gli scrittori belgi

MONFALCONE - Simenon, il grande giallista. Simenon e le donne di Simenon. Simenon, e anche gli uomini di Simenon. Simenon e i bassifondi tipici di Simenon. Simenon che nessuno come lui scandaglia l’animo umano, come Georges Simenon.

Straordinario successo per la due giorni al Teatro Comunale con la pièce tratta dal romanzo del più famoso tra gli scrittori belgi. E così l’ispettore Maigret per una sera rimane a casa a fumare la pipa senza claque e lascia spazio alla prima volta in teatro de «La camera azzurra», testo del 1963 ambientato nella profonda provincia francese del dopoguerra, bigotta, carnale, scialba e crudele. Ancora una volta GS attinge a piene mani dalla sua finzione operativa meglio riuscita ovvero il pretesto della suspense, del thriller, dell’omicidio, dell’interrogatorio, del processo per sondare le profondità dell’animale uomo. Finire e ricominciare tutto da capo, in quella camera azzurra, per trovare la verità.

Un’ora e mezza incollati alla poltrona in attesa degli sviluppi dell’attimo successivo. Protagoniste anticipate, le donne: frivole, fatali, madri, mogli, amanti, sante, corruttrici. E gli uomini a corredo, meri esecutori, semplici comprimari. Eccezionali Fabio Troiano e Mattia Fabris a rendersi tanto poco interessanti.

Pennellate di giallo, molto noir. Ritratti psicologici nebbiosi, distratto approccio etico, morale e sociale inscatolato in una stanza - di colore azzurro si diceva, volutamente irregolare, claustrofobica, micidiale, tombale.

Un marito malato di cui si sentirà solo parlare. Un manovale aspirante parvenu. Il più tipico dei matrimoni d'interesse. La rabbia operaia. La fame. La rivalsa.
Un giudice-specchio, ora narratore ora Caronte e la sua personale ricostruzione che poco ha del giuridico. Irene Ferri, conturbante e provocatrice nella parte di una femme fatale che par nascere rimpallando la ragazza (mica scema!) di Truffaut e muore come la Fanny Ardant di quella signora (della porta accanto!) con la quale condivide anche una certa somiglianza. Diabolica e disarmante al tempo stesso, mantide ed angelo, vittima e carnefice più di ogni altro.

Flashback con giochi di luce in una Chambre bleue che ora diventa grigia, più oscura, infine priva di luce. Dentro e fuori: «E se mi ritrovassi libera? Dico se…"
A far da contraltare, Giulia Maulucci - anch’essa superlativa, perfetta moglie di casa che decide di non sapere per paura di esistere più del dovuto. Secoli di retorica sull’ intuito femminile e poi… e poi anche lei non è innocente.

Un’ ora di tensione con fili sgranati su pezzi di trama e poi la notizia - scontata - della morte. Omicidio? Promesse di malcelata vendetta. Il tempo che è la lama della giustizia; e come da miglior copione lettere anonime, sensi di colpa, urla, disperazione in un processo perpetuo all’individuo, alla società, al mondo, allo spettatore, a tutto.

Dessert con marmellata al veleno preparata con cura meticolosa mescolando sapientemente ingredienti di omertà, tradimento, carne, paura, pettegolezzi, sesso, ipocrisia, passione.
Ed una suocera che non si vede e tira le fila invisibili e machiavelliche della tragedia, ma forse, forse.

Ammissioni, e poco credibili. Un contro processo. Tenere in vita i fantasmi che abbiamo condannato per provare ad assolverci. E ricominciare tutto da capo, in quella camera azzurra, per trovare la verità.